link e vai

Come ti addentri per i minuscoli sentierini di Villada la città ti sembra subito lontana, e il rumore di sottobosco schiaccia il fottuto caos automobilistico. E' il paradiso del ciclista urbano.

Per i sentierini c'è un traffico scarso di gitanti con cane, in compenso può essere un vero campo minato di merda canina....(dopo varie doccie di sciolta ho montato una coppia di parafanghi).
Oltre alle merde la grande tragedia di questi percorsi sono i rovi. Dopo inuumerevoli forature ho trovato una soluzione sgonfiando di un bel po le gomme, è molto più faticoso ma decisamente piu economico.
Consiglio agli eventuali ciclisti di montare un campanellino, fondamentale per curve strette e discesette ripide che possone sempre nascondere il solito babbione.
Per trovare delle belle discese attizzanti bisogna arrivare sul Monte Antenne che ha il lato nord ( per intenderci, verso l'olimpica) veramente ripido.
Ricordati per questi sentieri passano pure alcuni animali selvatici, sopratutto all'imbrunire e all'alba. Non è affatto raro vedere una lepre od un aculeo di istrice.
Radici e tronchi appaiono e scompaiono con ogni pioggia, rendendo spesso impraticabili i sentieri in poche ore
In alcune parti il sentiero mostra il suo antico selciato in pietra di quando era una vera e propria strada. Forse la Roma-Antemnae o chissà.
La pineta della villa man mano che si sale veso Forte Antenne.....

...diventa un vero e proprio bosco di conifere bello ma inquinato da mille monnezze (dai preservativi e le siringhe ai lavandini ai frigoriferi etc.).

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA STORIA ANTICA

Il vasto territorio su cui oggi sorge Villa Ada presenta un valore storico di tutto rispetto, risalente ai tempi in cui Roma lottava con le sue limitrofe "povinciae latinae" per estendere i propri domini e il proprio potere. In particolare di "Antemnae", piccola cittadina che sorgeva sul Monte Antenne (dal latino "ante amnem" = davanti al fiume) si hanno notizie che risalgonofino al VIII secolo a.C., quello in cui, come ci racconta Tito Livio nelle sue monumentali "Historiae" (l'opera di ricostruzione storica più importante dell'antichità, con i suoi 142 libri scritti fra il 25 a.C. e il 9 d.C. e di cui noi oggi non possediamo che una parte esigua), i romani avevano compiuto il famoso " ratto delle Sabine". Proprio in seguito a questa azione dei "quirites" gli abitanti di Antemnae decisero di allearsi con i sabini e combattere contro Roma. Stando ai pochi dati storici a disposizione pare che sia stato proprio Romolo a conquistare Antemnae e, secondo una linea d'azione tipica della politica imperialistica dei romani, a far trasferire buona parte degli antemnati a Roma sostituendoli con cittadini romani. Tenendo presente che i confini di Roma a quel tempo erano segnati dal fiume Aniene, si capisce meglio l'importanza che poteva assumere la conquista di Antemnae, che per la sua posizione avrebbe sostituito un'ottima roccaforte rialzata: La piccola cittadina dovette insomma soccombere allo strapotere della nascente potenza romana, ma non si era certo rassegnata al servaggio, tanto che, circa jn paio di secoli dopo, non appena i Tarquini di Porsenna decisero di muovere contro l'Urbe, gli antemnati si unirono a loro senza esitazioni. Naturalmente la storia ci insegna che furono i romani ad avere la meglio e la zona di antemnae perse in breve tempo quel po' di rilevanza storica che l'aveva caratterizzata. I documenti e gli antichi scrittori smisero per un bel pezzo di parlare della cittadina, con un breve intervallo durante l'anno 82 a.C., in cui Antennae fece da rifugio all'esercito sannita durante le guerre sillane. Poi, siltanto brevi accenni in età imperiale e qualche menzione celebre, come quella di Strabone che ne ricorda l'antica esistenza ma ci informa che ormai ( ed eravamo a cavallo fra l'ante e il post Christum ) si trattava soltanto di uno sparuto villaggio. L'ultimo a parlarne fu Plinio il Vecchio , comasco nato nel 23 d. C. che nella sua " Naturalis Historia ", opera in 37 libri, ricorda Antemnae tra le città del Lazio già scomparse al suo tempo.
Per quanto concerne la conformazione antica della zona su cui sorgeva Antemnae, sappiamo che la collina era formata da tre alture distinte e la principale era quella rivolta a sud, da cui anche oggi sale la strada e che fin da allora costituiva l'ingresso principale all'abitato.
Di scarsa rilevanza, purtroppo , sono i resti della cittadina di Antemnae e dell'attività dei suoi abitanti. Durante i vari lavori per il forte sono stati ritrovati fondi di capanne, ma anche di case con fondazioni in blocchi di tufo, oltre alla presenza di un ingegnoso sistema idrico, con pozzi cunicoli e un collettore di notevoli dimensioni, in muratura e cisterne. Una di queste cisterne, a riprova dello stadio avanzato della conoscenza in materia, era sotterranea, sempre costruita con blocchi di tufo e coperta a spioventi. Furono anche ritrovati resti di mura di fortificazioni conservate fino a un'altezza di nove metri , risalenti probabilmente agli inizi del V secolo a.C. e testimonianza evidente del fatto che già allora Antemnae ricopriva il ruolo di valida roccaforte a difesa di Roma. Alcuni reperti in terracotta ci testimoniano delle costruzioni di un tempio in età tardo arcaica e la cui esistenza si è probabilmente spinta sino all'età repubblicana. Sempre durante gli scavi per il forte furono ritrovati ambienti in una villa di età repubblicana, periodo in cui questi colli che circondavano Roma erano meta privilegiata degli uomini benestanti, che vi costruivano le loro dimore per le vacanze. Di questi resti già scarni, oggi non rimane pressochè nulla mentre altri resti, ritrovati in epoca più tarda, fanno balenare l'idea affascinante che l'antica cittadina di Antemnae non fosse circoscritta al monte omonimo , ma che si estendesse anche al colle vicino in una zona che, contrariamente a quanto avvenuto per il Monte Antenne, non ha subito l'intervento dell'uomo durante il secolo scorso così che i resti abitati del periodo più antico potrebbero esservi conservati ancora intatti.
Insomma quella di Antemnae e dell'omonimo monte era considerata un'area molto importante fin dai tempi dei romani, ricoperta di una centralità testimoniata dalle due strutture che la circondavano, la via Salaria vetus e l'Acquedotto vergine. La via Salaria antica, in particolare, era configurata in modo da assumere un ruolo di "via comunicationis" con l'Urbe. Un'ultima ifrastruttura molto antica e preziosa che caratterizza questa zona è il tracciato sotterraneo dell'acquedotto dell'Acqua Virgo, pressochè l'unico acquedotto della Roma antica che si sia mantenuto in funzione fino ai giorni nostri. Un'opera inaugurata da Agrippa nel 19 a. C. e che in alcuni punti raggiunngeva una profondità ben oltre i trenta metri. Se possediamo queste notizie per il periodo antico, dobbiamo purtroppo registrare un vuoto assoluto per tutto il Medioevo, almeno fino al 1547, anno della stempa della Mappa della Campagna Romana, opera di Eufrosino della Volpaia e che comunque non ci permette di andare oltre la deduzione della presenza di colture, vigneti e ville su tutta l'area di quella che ancora non era villa Ada, né di nome né di fatto visto che l'intera zona era ancora divisa in varie tenute.

LA STORIA MODERNA

La storia in generale della villa e delle sue trasformazioni , anche in età moderna, è stata approfondita assai poco , anche e soprattutto per le difficoltà di accedere all'archivio di casa Savoia. Come abbiamo già rilevato , fino alla metà del XVIII secolo tutta quella vasta campagna che si estendeva lungo la via Salaria fino alla confluenza del Tevere con l'Aniene era suddivisa in numerosi poderi e tenute, tutti caratterizzantesi per la grande presenza di boschi , canneti e vigne. IN particolare intorno al 1750, sappiamo che tre erano i vigneti che abbracciavano tutta l'area lungo la Salaria: una appartenente a Monsignor Natale Saliceti, un'altra dell'avvocato Domenico Calzamaglia e l'ultima di proprietà del signor Michele Capocaccia. Si tratta quindi, ed era una caratteristica che si stava sviluppando con il '700, di proprietari non nobili ma appartenenti a quella nuova classe borghese che si serviva delle cosiddette Ville suburbane come luoghi al tempo stesso di prestigio , produzione e svago. La prima che si incontrava provenendo da Roma era la " Vigna Saliceti", di cui sappiamo che il principale gioiellino era un casino nobile, disposto a due piani e con cinque stanze arredate con innumerevoli pitture. Anche la "Vigna Calzamaglia" era dotata di un casino nobile a due piani , con una bella scala scoperta e un ingresso faraonico con pilastri adorni di stucchi. L'ultima vigna , quella di Capocaccia, il quale sappiamo che ebbe una querelle con il vicino Calzamaglia per i confini fra le due proprietà , risultava anch'essa in possesso di un casino nobile con ai lati due bellissimi "cocchi du lauri", addossati al muro di cinta lungo la Salaria.
Della proprietà Calzamaglia ci è noto che nel 1785 venne venduta a Luigi Pallavicini dopo che per due anni l'aveva posseduta un'esponente della famiglia Torlonia, e dopo poco, in quel 1789 in cui scoppiò la Rivoluzione Francese, sempre il Pallavicini acquistò anche la villa Saliceti, mentre non conosciamo la data precisa, ma siamo sempre in questi anni , in cui finì in sua proprietà anche la terza vigna. Il grande territorio fatto proprio da Luigi Pallavicini era fra i più belli e preziosi che si potevano trovare a quel tempo , ricco di casini, spalliere e cocchi che ne evidenziavano ad un tempo il carattere residenziale e di angolo delizioso, con due boschetti fitti (paretai) che al centro avevano due casotti in legno usati per l'appostamento durante la caccia agli uccelli. Insomma questo grande complesso paradisiaco costituiva fin da allora un ottimo luogo per l'ozio , lo svago e la caccia, ma offriva anche una ricchezza agricola e floreale non indifferente , presentando numerosi alberi da frutti, vigne e canneti.
Subito dopo aver acquistato le ville, il principe Pallavicini volle cominciare i lavori di riasetto del verde nell'intento soprattutto di fondere insieme i tre poderi originari. In un primo tempo si servì dell'opera dell'architetto francese Auguste Hubert, commissionandogli un parco ispirato a criteri più che classici e formali, in un'apoteosi di stilizzazione tipica dell'ambiente romano, anche in questo refrattario alle novità.
Hubert fu presto licenziato e rimpiazzato da un architetto italiano, Carlo Puri De Marchis, che combinazione voleva fosse il nipote di quel Tommaso De Marchis che aveva lavorato alla villa Calzamaglia decenni addietro. Il De Marchis venne però affiancato da una delle figure più originali ed eclettiche del tempo, il Francesco Bettini che, da paesaggista autodidatta, era riuscito a prestare la sua opera in molti lavori importanti. Villa Borghese, Villa Doria Pamphili e la progettazione per la sistemazione di Piazza del Popolo furono fra i suoi vessilli più prestigiosi . La personalità poliedrica e sperimentatrice del Bettini si scontrò più volte con gli interni del Principe Pallavicini e dei suoi architetti, desiderosi di creare unparco ispirato a rigidi criteri formalistici, geometricamente lineari e dalle simmetrie rigorose. Per quel poco che gli fù concesso , il Bettini lavorava appena un'ora al giorno, egli cercò di far sentire la propria impronta di artista amante degli spazi naturali e dei paesaggi liberi, trovando anche il modo di far notare al principe che c'era bisogno di più acqua in una villa che, enorme quant'era, disponeva soltanto di due pozzi. Per tutti gli anni ottanta e i primi del novanta del 700 si hanno notizie dei lavori, mentre per il decennio successivo si registra un assoluto vuoto di notizie sulla vita. C'è da dire che siamo arrivati agli anni della dominazione napoleonica e come già abbiamo visto per Villa Borghese, questa ebbe degli effetti non secondari sullo sviluppo del parco. Infatti la nobiltà romana, Pallavicini compresi, era gravata da prebende e balzelli volti al finanziamento della grande potenza napoleonica e non poteva più permettersi di impegnare il proprio denaro nelle costose opere di abbellimento e ristrutturazione delle loro reggia, ville e abitazioni. La villa di Luigi Pallavicini, sebbene provenisse da una recente opera di ristrutturazione , iniziò già allora il suo lento ma inesorabile declino. Infatti già con i primi anni del XIX secolo, nel 1804 per la precisione, Luigi Pallavicini la cedette in affitto a monsignor Stanislao Sanseverino, accordandosi anche per un acquisto successivo. La vicenda fu piuttosto travagliata dal punto di vista legale tanto che si generò una querelle che si protrasse per quasi vent'anni. In seguito a questo contrasto la villa fu sottoposta a molteplici perizie che ci permettono di ricostruirne la conformazione nel tempo. E così sappiamo che c'era ancora il casino Saliceti, che ancora oggi è osservabile a chi percorre la Salaria, il monumentale accesso con tanto di portineria al fianco e, più all'interno in casini Pallavicini con la sua doppia rampa di scale, il Tempio di cui abbiamo detto, il "paretaio", una torretta oggi non più esistente, una "piazza della cavallerizza" e numerosi casini di minori dimensioni. Già allora, purtroppo, le perizie registravano un'incuria generalizzata nella manutenzione della tenuta, con edifici bisognosi di ristrutturazione, il muro di cinta rovinato in più parti e il terreno che presentava vaste zone inaridite. In compenso, sempre dalle perizie, risulta che il Principe Pallavicini si era ritagliato un piccolo angolo di paradiso lungo la via Salaria per farne il proprio casino, il tutto caratterizzato da viali simmetrici che si intersecavano formando un "rondò" e altri edifici di modeste dimensioni, tutti disposti a mo' di anfiteatro, oltre a giardini curatissimi e un piccolo boschetto. Lo stesso Casino Pallavicini era contornato dai giardini formali tanto amati dal Principe e si apriva su un complesso di viali perpendicolari con al centro un belvedere rondò. A completare il tutto figuravano il rituale coffe-house e due casali rustici, ricordati coi nomi di "Filomarino" e "La Tribuna". Tutto il parco nel complesso era caratterizzato da una latente antinomia: ai giardini stilizzati e curati con precisione geometrica in ogni loro aspetto che circondavano più da vicini i casini nobili, si contrapponeva tutto il resto del parco e i lotti circostanti i casini rustici, in cui si verificava il trionfo della spontaneità naturalistica, scevra da schemi precostituiti e con frequenti roccaglie e vialetti tortuosi. Quest'ultima parte era dovuta certamente all'opera del già citato Bettini, notoriamente amante dei paesaggi naturali. Tuttavia dalle piante del 1850, quando la villa risultava già di proprietà dei Potenziani (non è possibile affermare l'anno in cui i Pallavicini la vendettero), risulta che i rigidi schemi formalistici venivano messi da parte per far posto ai nuovi giardini ispirati al modello inglese, modello che si stava affermando anche nella Roma conservatrice.
Dai dati a disposizione non risulta che i Potenziani abbiano modificato in maniera significativa lo schema costruito dai Pallavicini. I destinatari della villa Pallavicini-Spallanzani mutarono con la creazione, nel 1870, di Roma come nuova capitale dello Stato italiano, che si era costituito appena nove anni prima. Il re Vittorio Emanuele Savoia dovette così trasferirsi a Roma da Torino, originaria capitale d'Italia. Poi il regnante si poneva il problema di trovare una dimora regale confacente al suo lignaggio e che, soprattutto, non avesse nulla a che fare con il "rivale" Pontefice di Roma. Fu così che il sovrano decise di prendere come dimora per sua moglie, Rosina Vercellana Guerrieri, contessa di Mirafiori e Fontanafredda la splendida Villa Malatesta sulla Nomentana, che da lì prese appunto il nome di Villa Mirafiori, mentre per la sua villa reale acquistò vari terreni dislocati tra la Salaria, Monte Antenne, i Prati dell'Acqua Acetosa e i Monti Parioli, riuscenndo a far propria in poco meno di tre anni tutta l'antica villa Pallavicina oltre a dieci aree circostanti, fra cui spiccava l'estesissima Chiusa del Collegio Ibernese, attraversata dall'antico Vicolo della Noce. Se l'area dei giardini era stata più che degnamente sistemata, permaneva però il problema di un edificio reale all'altezza, aspetto che né il Casino Pallavicini, elegante ma assai poco rappresentativo, né il giardino dei Potenziani possedevano. Perciò Vittorio Emanuele decise subito di dare il via ai lavori per la costruzione della palazzina regale, affidandone la direzione all'ingegnere Guglielmo Castelnuovo. Tra il 1873 e il 1874 i lavori vennero ultimati. Ne uscì fuori una sobria ma elegante palazzina di tre piani, con tanto di terrazza all'aperto ornata da due torrette a due piani. L'impostazione generale rispettava la compostezza e l'essenzialità tipica delle ville rinascimentali e prebarocche. Pare proprio che il Re, lasciati i ridondanti giardini barocchi di Torino e dopo aver sperimentato quelli più armoniosi della Toscana (infatti risiedette per alcuni anni a Firenze, che nel 1864 era stata proclamata capitale del Regno d'Italia), volesse creare una reggia adatta al gusto romano. La palazzina conteneva moltissime stanze tutte decorate, tra cui spiccavano un salone da lettura, vari salotti, due gallerie ornamentali, una sala da ballo, una grande sala da gioco e una cappella palatina. All'interno dell'edificio sorgeva un bel giardino- serra con affreschi e illuminato da un lucernaio soprastante e aperto sulla terrazza.
Terminati i più urgenti lavori per dare un palazzo reale al sovrano, vennero affidati i lavori di sistemazione del verde all'orticoltore di Amburgo Emilio Ritcher. Partiti a dire il vero con intenzioni meno grandiose, questi lavori finirono per provocare dei mutamenti rilevanti e sostanziali. Fu spostata terra per oltre ventimila metri cubi, furono creati due laghi e vennero impiantate più di centomila piante delle specie più varie, semplici e di lusso. Venne costruito un grande serbatoio larvato sotto le sembianze di torre neogotica (e basti qui ricordare quanto il Bettini avesse insistito con Luigi Pallavicini che la villa possedeva una scarsa riserva d'acqua). Nel bbiennio 1875-76 il Re aveva inoltre ampliato il suo possedimento acquistando anche l'attuale Monte Antenne, le vigne e i prati Filonardi, Gualdi e Sabatini sul versante dell'Acqua Acetosa fino al Tevere, facendo sue altre proprietà intorno al Monte Zoccolo. Riuscì insomma a raddoppiare l'originaria estensione del parco. E' facile immaginare come i lavori del Ritcher si complicarono a dismisura, anche tenendo conto delle famose piogge torrenziali che caratterizzarono il 1875. Inoltre, forse per recuperare un po' di denaro contante, molti territori periferici della villa furono affittati per il pascolo e ne furono rovinati non poco. A cavallo fra il 1876 e il 1877 il parco fu consegnato completato al Re. Agostino De Petris iniziava in quegli anni il lungo governo della cosiddetta sinistra parlamentare, che si era sostituita alla Destra storica con cui era iniziato il governo del Regno d'Italia. L'impostazione generale con cui fu consegnato il parco al Re è ancora oggi sostanzialmente immutata. Il settecentesco giardino Pallavicini - Potenziani ha mantenuto la sua impostazione geometrica e rigorosa, mentre il nuovo edificio reale e l'antico casino Pallavicini sono stati inseriti all'interno di una rete di percorsi curvilinei, che delimitano ampie zone di ispirazione paesaggistica e con forti tinte esotiche.
La villa era pronta, ma Vittorio Emanuele II ebbe poco tempo per godersela perché morì dopo pochi mesi. Alla sua morte tutta la proprietà fu coinvolta in speculazioni e scambi di proprietà a dir poco sospetti, con al centro figure losche dell'Italia di fine '800, quelle stesse figure che, sei anni dopo, sarebbero state coinvolte nello scandalo più grave ed immorale della storia del nostro Paese prima di Tangentopoli: lo scandalo della Banca Romana. Ma procediamo con ordine. Il 21 dicembre del 1878 Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II, decise clamorosamente di vendere l'area padronale del parco insieme agli edifici nobili (un insieme di cose che fra acquisti e lavori era costato circa due milioni) al famigerato conte Telfener che, già amministratore dei beni della Real Casa, non solo fece proprio tutto il parco dedicandolo alla moglie Ada ( siamo nel 1878, anno di battesimo di quella che rimarrà Villa Ada), ma si impossessò anche di molte altre proprietà, fra cui un'altra villa urbana del sovrano, sita tra Porta Pia e Castro Pretorio. Ai fini di una maggiore comprensione, bisogna tenere presente che gli ultimi vent'anni dell'800 fecero segnare in Italia un rilevante incremento della corruzione (si trattò soprattutto di speculazione edilizia), sia degli imprenditori che della classe politica, tanto che ne furono coinvolti burocrati, direttori di banche, costruttori edili, direttori di giornali, segretari di partito e persino due Presidenti del Consiglio come Crispi e Giolitti. Insomma il passaggio di proprietà di quella che ormai si chiamava a pieno titolo Villa Ada costituiva solo la punta dell'iceberg di un sommovimento sotterraneo e riservato alle alte sfere della società, di cui ancora oggi gli storici non sono riusciti con certezza a sicurezza i passaggi e le modalità.
E infatti, dopo pochissimo tempo, il conte Telfener vendette la villa a Bernardo Tanlongo, il potente amministratore di quella Banca Romana il cui scandalo, scoppiato nel 1893, segnò l'apice delle manifestazioni di corruzione del tempo. Basti pensare che il Bernardo Tanlongo, pur già discusso da molto tempo, venne nominato nientemeno Senatore dall'emergente presidente del Consiglio Giovanni Giolitti poco prima di essere arrestato. Un errore che costò a Giolitti la perdita provvisoria della carica di Capo del Governo. Tutto ciò rende plausibile l'ipotesi dell'esistenza di un progetto speculativo sulla villa, avvalorata anche dalla lettura del Piano Regolatore del 1883 che prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri ai Monti Parioli, che si sarebbero collegati alla zona della Salaria e ai quartieri previsti nell'attuale Trieste.
Non sarebbe quindi un'idea peregrina quella di pensare che dietro gli acquisti prima del conte Telfener poi di Tanlongo ci fosse in realtà la stessa Banca Romana che, acquistando l'intero terreno, pensava di porsi in una posizione di forza per la futuribile lottizzazione dello stesso. In realtà poi, lo scandalo che travolse l'istituzione e tutti i suoi maggiori esponenti fece fallire questo disegno pretenzioso, la Banca Romana rimase formalmente proprietaria del parco ma sotto la vigilanza della Banca d'Italia fino a quando, nel 1903, lo stesso parco con i suoi edifici venne diviso in vari lotti e affittato a dei privati.

LA STORIA CONTEMPORANEA

In questi ultimi e travagliati vent'anni dell'800 la villa subì un forte stato di disinteresse e abbandono da parte dei proprietari e delle istituzioni, tanto che il governo italiano si decise a rivenderla a un Savoia, Vittorio Emanuele III, per una cifra ancora una volta molto al di sotto del valore effettivo (circa 600.000 lire). Fortunatamente il nuovo sovrano oltre ad essere un ecofilo era anche un esperto di botanica e si dedicò con grande impegno alla risistemazione della villa, tanto che nel 1919 la fece assurgere a residenza ufficiale in sostituzione al Quirinale. Negli anni fra le due guerre il parco si avvalse di numerose migliorie, sia ai giardini che agli edifici, il Casino Pallavicini, che successivamente assunse il nome di "Villa Maria", divenne l dependance della famiglia reale e nei primi dieci anni del XX secolo venne costruito anche il grande portale maestro sulla salaria, con tanto di abitazione per il custode.
Anche la palazzina reale subì vari lavori di abbellimento, le due torri del terrazzo vennero unite da un padiglione che ospitava l'appartamento della regina, denominato " il Paradiso", mentre al primo piano fu dislocata la stanza del re finemente arredata con mobilio dell'800 e il grande cortile interno venne adibito a struttura per feste e rappresentazioni con una configurazione che richiamava i teatrini in stile barocco.
Per quanto concerne i giardini si migliorò il sistema di cura di quei settori dedicati all'agricoltura e all'allevamento, mentre l'area verso Monte Antenne continuava a presentare uno scenario completamente boschivo tanto che prese il nome di "bosco di S. Elena". fu ampliata e organizzata la preesistente riserva di caccia, costituita da una serie di sentieri tracciati intorno agli anni '20 del XX secolo e ancora oggi individuabili: Vittorio Emanuele III volle arricchire la presenza di pini e ornare la villa in generale ordinando piante rare insieme a un centinaio di specie diverse di palme. Anche la coltivazione floreale fu perfezionata con l'allestimento di alcune serre vicino alle scuderie, di cui la maggiore, la "serra lunga" fornita di un impianto di riscaldamento e termosifone.
Ma l'innovazione più rilevante e curiosa fu senz'altro quella del "giardino segreto" che, annesso al palazzo, rappresentava senz'altro un omaggio ai modelli delle ville rinascimentali tutte solitamente dotate, come abbiamo visto per Villa Borghese, di uno o più giardini segreti. Il giardino segreto di Villa Ada fu realizzato fu realizzato tra il 1936 e il 1937sul lato sinistro della palazzina reale, con siepi e pergolati con colonne in muratura e terminante in una chiusa regolare con peschiera e fontane, riquadrata a parterres. L'arredo presentava un'efficace commistione di caratteri moderni, con sculture in bronzo, e suggestioni antiche, con inserti di pezzi della classicità, sarcofagi e busti. Il tutto confezionato secondo i canoni del giardino all'italiana, proprio in quegli anni tornato in auge. Si trattò degli ultimi sprazzi di una gloria passeggera perché, come già abbiamo visto per Villa Borghese con il decadimento dell'antica famiglia di Siena, con le vicende della Seconda Guerra Mondiale e l'esilio della famiglia Savoia anche la villa fu abbandonata ed iniziò un nuovo e, fino ad oggi, irrecuperato declino rispetto agli splendori del passato. Gli eredi Savoia ricorsero, dopo la Guerra contro i due decreti ministeriali che ponevano la proprietà della Villa sotto l'egida dello stato e quindi del Comune. Nel 1957 si giunse ad una divisione consensuale tra il demanio e gli eredi Savoia: allo stato andavano 34 ettari più i 32 del parco di Monte Antenne, mentre la quota dei nobili fu di 84 ettari. Per quanto riguarda la parte pubblica bisogna dire che si procedette ad alcuni lavori di sistemazione come la costruzione delle vasche in cemento nella parte bassa, la piantagione dei salici piangenti, assolutamente innovativi per un giardino romano di qualunque periodo, e il tracciato di alcuni viali. L'operato dei Savoia si limitò soltanto alla ricerca di espedienti giuridici che delegittimassero le decisioni dello Stato italiano. Con il piano Regolatore del 1965 l'intera area fu comunque adibita a parco pubblico, mentre con la "Variante al P.R.G. per il reperimento di aree per servizi e verde pubblico" del 1990, l'amministrazione comunale ha riproposto la destinazione a verde pubblico (zona N) della vita decaduta per superamento dei termini di legge.

fonte:Sovraintendenza Beni Culturali Comune di Roma