Come ti addentri per i minuscoli sentierini di Villada la città
ti sembra subito lontana, e il rumore di sottobosco schiaccia
il fottuto caos automobilistico. E' il paradiso del ciclista urbano.
Per
i sentierini c'è un traffico scarso di gitanti con cane,
in compenso può essere un vero campo minato di merda canina....(dopo
varie doccie di sciolta ho montato una coppia di parafanghi).
Oltre
alle merde la grande tragedia di questi percorsi sono i rovi. Dopo
inuumerevoli forature ho trovato una soluzione sgonfiando di un
bel po le gomme, è molto più faticoso ma decisamente
piu economico.
Consiglio
agli eventuali ciclisti di montare un campanellino, fondamentale
per curve strette e discesette ripide che possone sempre nascondere
il solito babbione.
Per
trovare delle belle discese attizzanti bisogna arrivare sul Monte
Antenne che ha il lato nord ( per intenderci, verso l'olimpica)
veramente ripido.
Ricordati
per questi sentieri passano pure alcuni animali selvatici, sopratutto
all'imbrunire e all'alba. Non è affatto raro vedere una lepre
od un aculeo di istrice.
Radici
e tronchi appaiono e scompaiono con ogni pioggia, rendendo spesso
impraticabili i sentieri in poche ore
In
alcune parti il sentiero mostra il suo antico selciato in pietra
di quando era una vera e propria strada. Forse la Roma-Antemnae
o chissà.
La
pineta della villa man mano che si sale veso Forte Antenne.....
...diventa
un vero e proprio bosco di conifere bello ma inquinato da mille
monnezze (dai preservativi e le siringhe ai lavandini ai frigoriferi
etc.).
LA
STORIA ANTICA
Il
vasto territorio su cui oggi sorge Villa Ada presenta un valore storico
di tutto rispetto, risalente ai tempi in cui Roma lottava con le sue limitrofe
"povinciae latinae" per estendere i propri domini e il proprio
potere. In particolare di "Antemnae", piccola cittadina che
sorgeva sul Monte Antenne (dal latino "ante amnem" = davanti
al fiume) si hanno notizie che risalgonofino al VIII secolo a.C., quello
in cui, come ci racconta Tito Livio nelle sue monumentali "Historiae"
(l'opera di ricostruzione storica più importante dell'antichità,
con i suoi 142 libri scritti fra il 25 a.C. e il 9 d.C. e di cui noi oggi
non possediamo che una parte esigua), i romani avevano compiuto il famoso
" ratto delle Sabine". Proprio in seguito a questa azione dei
"quirites" gli abitanti di Antemnae decisero di allearsi con
i sabini e combattere contro Roma. Stando ai pochi dati storici a disposizione
pare che sia stato proprio Romolo a conquistare Antemnae e, secondo una
linea d'azione tipica della politica imperialistica dei romani, a far
trasferire buona parte degli antemnati a Roma sostituendoli con cittadini
romani. Tenendo presente che i confini di Roma a quel tempo erano segnati
dal fiume Aniene, si capisce meglio l'importanza che poteva assumere la
conquista di Antemnae, che per la sua posizione avrebbe sostituito un'ottima
roccaforte rialzata: La piccola cittadina dovette insomma soccombere allo
strapotere della nascente potenza romana, ma non si era certo rassegnata
al servaggio, tanto che, circa jn paio di secoli dopo, non appena i Tarquini
di Porsenna decisero di muovere contro l'Urbe, gli antemnati si unirono
a loro senza esitazioni. Naturalmente la storia ci insegna che furono
i romani ad avere la meglio e la zona di antemnae perse in breve tempo
quel po' di rilevanza storica che l'aveva caratterizzata. I documenti
e gli antichi scrittori smisero per un bel pezzo di parlare della cittadina,
con un breve intervallo durante l'anno 82 a.C., in cui Antennae fece da
rifugio all'esercito sannita durante le guerre sillane. Poi, siltanto
brevi accenni in età imperiale e qualche menzione celebre, come
quella di Strabone che ne ricorda l'antica esistenza ma ci informa che
ormai ( ed eravamo a cavallo fra l'ante e il post Christum ) si trattava
soltanto di uno sparuto villaggio. L'ultimo a parlarne fu Plinio il Vecchio
, comasco nato nel 23 d. C. che nella sua " Naturalis Historia ",
opera in 37 libri, ricorda Antemnae tra le città del Lazio già
scomparse al suo tempo.
Per quanto concerne la conformazione antica della zona su cui sorgeva
Antemnae, sappiamo che la collina era formata da tre alture distinte e
la principale era quella rivolta a sud, da cui anche oggi sale la strada
e che fin da allora costituiva l'ingresso principale all'abitato.
Di scarsa rilevanza, purtroppo , sono i resti della cittadina di Antemnae
e dell'attività dei suoi abitanti. Durante i vari lavori per il
forte sono stati ritrovati fondi di capanne, ma anche di case con fondazioni
in blocchi di tufo, oltre alla presenza di un ingegnoso sistema idrico,
con pozzi cunicoli e un collettore di notevoli dimensioni, in muratura
e cisterne. Una di queste cisterne, a riprova dello stadio avanzato della
conoscenza in materia, era sotterranea, sempre costruita con blocchi di
tufo e coperta a spioventi. Furono anche ritrovati resti di mura di fortificazioni
conservate fino a un'altezza di nove metri , risalenti probabilmente agli
inizi del V secolo a.C. e testimonianza evidente del fatto che già
allora Antemnae ricopriva il ruolo di valida roccaforte a difesa di Roma.
Alcuni reperti in terracotta ci testimoniano delle costruzioni di un tempio
in età tardo arcaica e la cui esistenza si è probabilmente
spinta sino all'età repubblicana. Sempre durante gli scavi per
il forte furono ritrovati ambienti in una villa di età repubblicana,
periodo in cui questi colli che circondavano Roma erano meta privilegiata
degli uomini benestanti, che vi costruivano le loro dimore per le vacanze.
Di questi resti già scarni, oggi non rimane pressochè nulla
mentre altri resti, ritrovati in epoca più tarda, fanno balenare
l'idea affascinante che l'antica cittadina di Antemnae non fosse circoscritta
al monte omonimo , ma che si estendesse anche al colle vicino in una zona
che, contrariamente a quanto avvenuto per il Monte Antenne, non ha subito
l'intervento dell'uomo durante il secolo scorso così che i resti
abitati del periodo più antico potrebbero esservi conservati ancora
intatti.
Insomma quella di Antemnae e dell'omonimo monte era considerata un'area
molto importante fin dai tempi dei romani, ricoperta di una centralità
testimoniata dalle due strutture che la circondavano, la via Salaria vetus
e l'Acquedotto vergine. La via Salaria antica, in particolare, era configurata
in modo da assumere un ruolo di "via comunicationis" con l'Urbe.
Un'ultima ifrastruttura molto antica e preziosa che caratterizza questa
zona è il tracciato sotterraneo dell'acquedotto dell'Acqua Virgo,
pressochè l'unico acquedotto della Roma antica che si sia mantenuto
in funzione fino ai giorni nostri. Un'opera inaugurata da Agrippa nel
19 a. C. e che in alcuni punti raggiunngeva una profondità ben
oltre i trenta metri. Se possediamo queste notizie per il periodo antico,
dobbiamo purtroppo registrare un vuoto assoluto per tutto il Medioevo,
almeno fino al 1547, anno della stempa della Mappa della Campagna Romana,
opera di Eufrosino della Volpaia e che comunque non ci permette di andare
oltre la deduzione della presenza di colture, vigneti e ville su tutta
l'area di quella che ancora non era villa Ada, né di nome né
di fatto visto che l'intera zona era ancora divisa in varie tenute.
LA
STORIA MODERNA
La
storia in generale della villa e delle sue trasformazioni , anche in età
moderna, è stata approfondita assai poco , anche e soprattutto
per le difficoltà di accedere all'archivio di casa Savoia. Come
abbiamo già rilevato , fino alla metà del XVIII secolo tutta
quella vasta campagna che si estendeva lungo la via Salaria fino alla
confluenza del Tevere con l'Aniene era suddivisa in numerosi poderi e
tenute, tutti caratterizzantesi per la grande presenza di boschi , canneti
e vigne. IN particolare intorno al 1750, sappiamo che tre erano i vigneti
che abbracciavano tutta l'area lungo la Salaria: una appartenente a Monsignor
Natale Saliceti, un'altra dell'avvocato Domenico Calzamaglia e l'ultima
di proprietà del signor Michele Capocaccia. Si tratta quindi, ed
era una caratteristica che si stava sviluppando con il '700, di proprietari
non nobili ma appartenenti a quella nuova classe borghese che si serviva
delle cosiddette Ville suburbane come luoghi al tempo stesso di prestigio
, produzione e svago. La prima che si incontrava provenendo da Roma era
la " Vigna Saliceti", di cui sappiamo che il principale gioiellino
era un casino nobile, disposto a due piani e con cinque stanze arredate
con innumerevoli pitture. Anche la "Vigna Calzamaglia" era dotata
di un casino nobile a due piani , con una bella scala scoperta e un ingresso
faraonico con pilastri adorni di stucchi. L'ultima vigna , quella di Capocaccia,
il quale sappiamo che ebbe una querelle con il vicino Calzamaglia per
i confini fra le due proprietà , risultava anch'essa in possesso
di un casino nobile con ai lati due bellissimi "cocchi du lauri",
addossati al muro di cinta lungo la Salaria.
Della proprietà Calzamaglia ci è noto che nel 1785 venne
venduta a Luigi Pallavicini dopo che per due anni l'aveva posseduta un'esponente
della famiglia Torlonia, e dopo poco, in quel 1789 in cui scoppiò
la Rivoluzione Francese, sempre il Pallavicini acquistò anche la
villa Saliceti, mentre non conosciamo la data precisa, ma siamo sempre
in questi anni , in cui finì in sua proprietà anche la terza
vigna. Il grande territorio fatto proprio da Luigi Pallavicini era fra
i più belli e preziosi che si potevano trovare a quel tempo , ricco
di casini, spalliere e cocchi che ne evidenziavano ad un tempo il carattere
residenziale e di angolo delizioso, con due boschetti fitti (paretai)
che al centro avevano due casotti in legno usati per l'appostamento durante
la caccia agli uccelli. Insomma questo grande complesso paradisiaco costituiva
fin da allora un ottimo luogo per l'ozio , lo svago e la caccia, ma offriva
anche una ricchezza agricola e floreale non indifferente , presentando
numerosi alberi da frutti, vigne e canneti.
Subito dopo aver acquistato le ville, il principe Pallavicini volle cominciare
i lavori di riasetto del verde nell'intento soprattutto di fondere insieme
i tre poderi originari. In un primo tempo si servì dell'opera dell'architetto
francese Auguste Hubert, commissionandogli un parco ispirato a criteri
più che classici e formali, in un'apoteosi di stilizzazione tipica
dell'ambiente romano, anche in questo refrattario alle novità.
Hubert fu presto licenziato e rimpiazzato da un architetto italiano, Carlo
Puri De Marchis, che combinazione voleva fosse il nipote di quel Tommaso
De Marchis che aveva lavorato alla villa Calzamaglia decenni addietro.
Il De Marchis venne però affiancato da una delle figure più
originali ed eclettiche del tempo, il Francesco Bettini che, da paesaggista
autodidatta, era riuscito a prestare la sua opera in molti lavori importanti.
Villa Borghese, Villa Doria Pamphili e la progettazione per la sistemazione
di Piazza del Popolo furono fra i suoi vessilli più prestigiosi
. La personalità poliedrica e sperimentatrice del Bettini si scontrò
più volte con gli interni del Principe Pallavicini e dei suoi architetti,
desiderosi di creare unparco ispirato a rigidi criteri formalistici, geometricamente
lineari e dalle simmetrie rigorose. Per quel poco che gli fù concesso
, il Bettini lavorava appena un'ora al giorno, egli cercò di far
sentire la propria impronta di artista amante degli spazi naturali e dei
paesaggi liberi, trovando anche il modo di far notare al principe che
c'era bisogno di più acqua in una villa che, enorme quant'era,
disponeva soltanto di due pozzi. Per tutti gli anni ottanta e i primi
del novanta del 700 si hanno notizie dei lavori, mentre per il decennio
successivo si registra un assoluto vuoto di notizie sulla vita. C'è
da dire che siamo arrivati agli anni della dominazione napoleonica e come
già abbiamo visto per Villa Borghese, questa ebbe degli effetti
non secondari sullo sviluppo del parco. Infatti la nobiltà romana,
Pallavicini compresi, era gravata da prebende e balzelli volti al finanziamento
della grande potenza napoleonica e non poteva più permettersi di
impegnare il proprio denaro nelle costose opere di abbellimento e ristrutturazione
delle loro reggia, ville e abitazioni. La villa di Luigi Pallavicini,
sebbene provenisse da una recente opera di ristrutturazione , iniziò
già allora il suo lento ma inesorabile declino. Infatti già
con i primi anni del XIX secolo, nel 1804 per la precisione, Luigi Pallavicini
la cedette in affitto a monsignor Stanislao Sanseverino, accordandosi
anche per un acquisto successivo. La vicenda fu piuttosto travagliata
dal punto di vista legale tanto che si generò una querelle che
si protrasse per quasi vent'anni. In seguito a questo contrasto la villa
fu sottoposta a molteplici perizie che ci permettono di ricostruirne la
conformazione nel tempo. E così sappiamo che c'era ancora il casino
Saliceti, che ancora oggi è osservabile a chi percorre la Salaria,
il monumentale accesso con tanto di portineria al fianco e, più
all'interno in casini Pallavicini con la sua doppia rampa di scale, il
Tempio di cui abbiamo detto, il "paretaio", una torretta oggi
non più esistente, una "piazza della cavallerizza" e
numerosi casini di minori dimensioni. Già allora, purtroppo, le
perizie registravano un'incuria generalizzata nella manutenzione della
tenuta, con edifici bisognosi di ristrutturazione, il muro di cinta rovinato
in più parti e il terreno che presentava vaste zone inaridite.
In compenso, sempre dalle perizie, risulta che il Principe Pallavicini
si era ritagliato un piccolo angolo di paradiso lungo la via Salaria per
farne il proprio casino, il tutto caratterizzato da viali simmetrici che
si intersecavano formando un "rondò" e altri edifici
di modeste dimensioni, tutti disposti a mo' di anfiteatro, oltre a giardini
curatissimi e un piccolo boschetto. Lo stesso Casino Pallavicini era contornato
dai giardini formali tanto amati dal Principe e si apriva su un complesso
di viali perpendicolari con al centro un belvedere rondò. A completare
il tutto figuravano il rituale coffe-house e due casali rustici, ricordati
coi nomi di "Filomarino" e "La Tribuna". Tutto il
parco nel complesso era caratterizzato da una latente antinomia: ai giardini
stilizzati e curati con precisione geometrica in ogni loro aspetto che
circondavano più da vicini i casini nobili, si contrapponeva tutto
il resto del parco e i lotti circostanti i casini rustici, in cui si verificava
il trionfo della spontaneità naturalistica, scevra da schemi precostituiti
e con frequenti roccaglie e vialetti tortuosi. Quest'ultima parte era
dovuta certamente all'opera del già citato Bettini, notoriamente
amante dei paesaggi naturali. Tuttavia dalle piante del 1850, quando la
villa risultava già di proprietà dei Potenziani (non è
possibile affermare l'anno in cui i Pallavicini la vendettero), risulta
che i rigidi schemi formalistici venivano messi da parte per far posto
ai nuovi giardini ispirati al modello inglese, modello che si stava affermando
anche nella Roma conservatrice.
Dai dati a disposizione non risulta che i Potenziani abbiano modificato
in maniera significativa lo schema costruito dai Pallavicini. I destinatari
della villa Pallavicini-Spallanzani mutarono con la creazione, nel 1870,
di Roma come nuova capitale dello Stato italiano, che si era costituito
appena nove anni prima. Il re Vittorio Emanuele Savoia dovette così
trasferirsi a Roma da Torino, originaria capitale d'Italia. Poi il regnante
si poneva il problema di trovare una dimora regale confacente al suo lignaggio
e che, soprattutto, non avesse nulla a che fare con il "rivale"
Pontefice di Roma. Fu così che il sovrano decise di prendere come
dimora per sua moglie, Rosina Vercellana Guerrieri, contessa di Mirafiori
e Fontanafredda la splendida Villa Malatesta sulla Nomentana, che da lì
prese appunto il nome di Villa Mirafiori, mentre per la sua villa reale
acquistò vari terreni dislocati tra la Salaria, Monte Antenne,
i Prati dell'Acqua Acetosa e i Monti Parioli, riuscenndo a far propria
in poco meno di tre anni tutta l'antica villa Pallavicina oltre a dieci
aree circostanti, fra cui spiccava l'estesissima Chiusa del Collegio Ibernese,
attraversata dall'antico Vicolo della Noce. Se l'area dei giardini era
stata più che degnamente sistemata, permaneva però il problema
di un edificio reale all'altezza, aspetto che né il Casino Pallavicini,
elegante ma assai poco rappresentativo, né il giardino dei Potenziani
possedevano. Perciò Vittorio Emanuele decise subito di dare il
via ai lavori per la costruzione della palazzina regale, affidandone la
direzione all'ingegnere Guglielmo Castelnuovo. Tra il 1873 e il 1874 i
lavori vennero ultimati. Ne uscì fuori una sobria ma elegante palazzina
di tre piani, con tanto di terrazza all'aperto ornata da due torrette
a due piani. L'impostazione generale rispettava la compostezza e l'essenzialità
tipica delle ville rinascimentali e prebarocche. Pare proprio che il Re,
lasciati i ridondanti giardini barocchi di Torino e dopo aver sperimentato
quelli più armoniosi della Toscana (infatti risiedette per alcuni
anni a Firenze, che nel 1864 era stata proclamata capitale del Regno d'Italia),
volesse creare una reggia adatta al gusto romano. La palazzina conteneva
moltissime stanze tutte decorate, tra cui spiccavano un salone da lettura,
vari salotti, due gallerie ornamentali, una sala da ballo, una grande
sala da gioco e una cappella palatina. All'interno dell'edificio sorgeva
un bel giardino- serra con affreschi e illuminato da un lucernaio soprastante
e aperto sulla terrazza.
Terminati i più urgenti lavori per dare un palazzo reale al sovrano,
vennero affidati i lavori di sistemazione del verde all'orticoltore di
Amburgo Emilio Ritcher. Partiti a dire il vero con intenzioni meno grandiose,
questi lavori finirono per provocare dei mutamenti rilevanti e sostanziali.
Fu spostata terra per oltre ventimila metri cubi, furono creati due laghi
e vennero impiantate più di centomila piante delle specie più
varie, semplici e di lusso. Venne costruito un grande serbatoio larvato
sotto le sembianze di torre neogotica (e basti qui ricordare quanto il
Bettini avesse insistito con Luigi Pallavicini che la villa possedeva
una scarsa riserva d'acqua). Nel bbiennio 1875-76 il Re aveva inoltre
ampliato il suo possedimento acquistando anche l'attuale Monte Antenne,
le vigne e i prati Filonardi, Gualdi e Sabatini sul versante dell'Acqua
Acetosa fino al Tevere, facendo sue altre proprietà intorno al
Monte Zoccolo. Riuscì insomma a raddoppiare l'originaria estensione
del parco. E' facile immaginare come i lavori del Ritcher si complicarono
a dismisura, anche tenendo conto delle famose piogge torrenziali che caratterizzarono
il 1875. Inoltre, forse per recuperare un po' di denaro contante, molti
territori periferici della villa furono affittati per il pascolo e ne
furono rovinati non poco. A cavallo fra il 1876 e il 1877 il parco fu
consegnato completato al Re. Agostino De Petris iniziava in quegli anni
il lungo governo della cosiddetta sinistra parlamentare, che si era sostituita
alla Destra storica con cui era iniziato il governo del Regno d'Italia.
L'impostazione generale con cui fu consegnato il parco al Re è
ancora oggi sostanzialmente immutata. Il settecentesco giardino Pallavicini
- Potenziani ha mantenuto la sua impostazione geometrica e rigorosa, mentre
il nuovo edificio reale e l'antico casino Pallavicini sono stati inseriti
all'interno di una rete di percorsi curvilinei, che delimitano ampie zone
di ispirazione paesaggistica e con forti tinte esotiche.
La villa era pronta, ma Vittorio Emanuele II ebbe poco tempo per godersela
perché morì dopo pochi mesi. Alla sua morte tutta la proprietà
fu coinvolta in speculazioni e scambi di proprietà a dir poco sospetti,
con al centro figure losche dell'Italia di fine '800, quelle stesse figure
che, sei anni dopo, sarebbero state coinvolte nello scandalo più
grave ed immorale della storia del nostro Paese prima di Tangentopoli:
lo scandalo della Banca Romana. Ma procediamo con ordine. Il 21 dicembre
del 1878 Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II, decise clamorosamente
di vendere l'area padronale del parco insieme agli edifici nobili (un
insieme di cose che fra acquisti e lavori era costato circa due milioni)
al famigerato conte Telfener che, già amministratore dei beni della
Real Casa, non solo fece proprio tutto il parco dedicandolo alla moglie
Ada ( siamo nel 1878, anno di battesimo di quella che rimarrà Villa
Ada), ma si impossessò anche di molte altre proprietà, fra
cui un'altra villa urbana del sovrano, sita tra Porta Pia e Castro Pretorio.
Ai fini di una maggiore comprensione, bisogna tenere presente che gli
ultimi vent'anni dell'800 fecero segnare in Italia un rilevante incremento
della corruzione (si trattò soprattutto di speculazione edilizia),
sia degli imprenditori che della classe politica, tanto che ne furono
coinvolti burocrati, direttori di banche, costruttori edili, direttori
di giornali, segretari di partito e persino due Presidenti del Consiglio
come Crispi e Giolitti. Insomma il passaggio di proprietà di quella
che ormai si chiamava a pieno titolo Villa Ada costituiva solo la punta
dell'iceberg di un sommovimento sotterraneo e riservato alle alte sfere
della società, di cui ancora oggi gli storici non sono riusciti
con certezza a sicurezza i passaggi e le modalità.
E infatti, dopo pochissimo tempo, il conte Telfener vendette la villa
a Bernardo Tanlongo, il potente amministratore di quella Banca Romana
il cui scandalo, scoppiato nel 1893, segnò l'apice delle manifestazioni
di corruzione del tempo. Basti pensare che il Bernardo Tanlongo, pur già
discusso da molto tempo, venne nominato nientemeno Senatore dall'emergente
presidente del Consiglio Giovanni Giolitti poco prima di essere arrestato.
Un errore che costò a Giolitti la perdita provvisoria della carica
di Capo del Governo. Tutto ciò rende plausibile l'ipotesi dell'esistenza
di un progetto speculativo sulla villa, avvalorata anche dalla lettura
del Piano Regolatore del 1883 che prevedeva la realizzazione di nuovi
quartieri ai Monti Parioli, che si sarebbero collegati alla zona della
Salaria e ai quartieri previsti nell'attuale Trieste.
Non sarebbe quindi un'idea peregrina quella di pensare che dietro gli
acquisti prima del conte Telfener poi di Tanlongo ci fosse in realtà
la stessa Banca Romana che, acquistando l'intero terreno, pensava di porsi
in una posizione di forza per la futuribile lottizzazione dello stesso.
In realtà poi, lo scandalo che travolse l'istituzione e tutti i
suoi maggiori esponenti fece fallire questo disegno pretenzioso, la Banca
Romana rimase formalmente proprietaria del parco ma sotto la vigilanza
della Banca d'Italia fino a quando, nel 1903, lo stesso parco con i suoi
edifici venne diviso in vari lotti e affittato a dei privati.
LA
STORIA CONTEMPORANEA
In
questi ultimi e travagliati vent'anni dell'800 la villa subì un
forte stato di disinteresse e abbandono da parte dei proprietari e delle
istituzioni, tanto che il governo italiano si decise a rivenderla a un
Savoia, Vittorio Emanuele III, per una cifra ancora una volta molto al
di sotto del valore effettivo (circa 600.000 lire). Fortunatamente il
nuovo sovrano oltre ad essere un ecofilo era anche un esperto di botanica
e si dedicò con grande impegno alla risistemazione della villa,
tanto che nel 1919 la fece assurgere a residenza ufficiale in sostituzione
al Quirinale. Negli anni fra le due guerre il parco si avvalse di numerose
migliorie, sia ai giardini che agli edifici, il Casino Pallavicini, che
successivamente assunse il nome di "Villa Maria", divenne l
dependance della famiglia reale e nei primi dieci anni del XX secolo venne
costruito anche il grande portale maestro sulla salaria, con tanto di
abitazione per il custode.
Anche la palazzina reale subì vari lavori di abbellimento, le due
torri del terrazzo vennero unite da un padiglione che ospitava l'appartamento
della regina, denominato " il Paradiso", mentre al primo piano
fu dislocata la stanza del re finemente arredata con mobilio dell'800
e il grande cortile interno venne adibito a struttura per feste e rappresentazioni
con una configurazione che richiamava i teatrini in stile barocco.
Per quanto concerne i giardini si migliorò il sistema di cura di
quei settori dedicati all'agricoltura e all'allevamento, mentre l'area
verso Monte Antenne continuava a presentare uno scenario completamente
boschivo tanto che prese il nome di "bosco di S. Elena". fu
ampliata e organizzata la preesistente riserva di caccia, costituita da
una serie di sentieri tracciati intorno agli anni '20 del XX secolo e
ancora oggi individuabili: Vittorio Emanuele III volle arricchire la presenza
di pini e ornare la villa in generale ordinando piante rare insieme a
un centinaio di specie diverse di palme. Anche la coltivazione floreale
fu perfezionata con l'allestimento di alcune serre vicino alle scuderie,
di cui la maggiore, la "serra lunga" fornita di un impianto
di riscaldamento e termosifone.
Ma l'innovazione più rilevante e curiosa fu senz'altro quella del
"giardino segreto" che, annesso al palazzo, rappresentava senz'altro
un omaggio ai modelli delle ville rinascimentali tutte solitamente dotate,
come abbiamo visto per Villa Borghese, di uno o più giardini segreti.
Il giardino segreto di Villa Ada fu realizzato fu realizzato tra il 1936
e il 1937sul lato sinistro della palazzina reale, con siepi e pergolati
con colonne in muratura e terminante in una chiusa regolare con peschiera
e fontane, riquadrata a parterres. L'arredo presentava un'efficace commistione
di caratteri moderni, con sculture in bronzo, e suggestioni antiche, con
inserti di pezzi della classicità, sarcofagi e busti. Il tutto
confezionato secondo i canoni del giardino all'italiana, proprio in quegli
anni tornato in auge. Si trattò degli ultimi sprazzi di una gloria
passeggera perché, come già abbiamo visto per Villa Borghese
con il decadimento dell'antica famiglia di Siena, con le vicende della
Seconda Guerra Mondiale e l'esilio della famiglia Savoia anche la villa
fu abbandonata ed iniziò un nuovo e, fino ad oggi, irrecuperato
declino rispetto agli splendori del passato. Gli eredi Savoia ricorsero,
dopo la Guerra contro i due decreti ministeriali che ponevano la proprietà
della Villa sotto l'egida dello stato e quindi del Comune. Nel 1957 si
giunse ad una divisione consensuale tra il demanio e gli eredi Savoia:
allo stato andavano 34 ettari più i 32 del parco di Monte Antenne,
mentre la quota dei nobili fu di 84 ettari. Per quanto riguarda la parte
pubblica bisogna dire che si procedette ad alcuni lavori di sistemazione
come la costruzione delle vasche in cemento nella parte bassa, la piantagione
dei salici piangenti, assolutamente innovativi per un giardino romano
di qualunque periodo, e il tracciato di alcuni viali. L'operato dei Savoia
si limitò soltanto alla ricerca di espedienti giuridici che delegittimassero
le decisioni dello Stato italiano. Con il piano Regolatore del 1965 l'intera
area fu comunque adibita a parco pubblico, mentre con la "Variante
al P.R.G. per il reperimento di aree per servizi e verde pubblico"
del 1990, l'amministrazione comunale ha riproposto la destinazione a verde
pubblico (zona N) della vita decaduta per superamento dei termini di legge.