Villa Ada

27/05/2013 di admin | 0 commenti

15 minuti a Villa Ada – Luglio 2013

Informazioni sulla storia della villa

LA STORIA ANTICA

LA STORIA MODERNA

LA STORIA CONTEMPORANEA

LA FAUNA

LA STORIA ANTICAtorna all’indice

Il vasto territorio su cui oggi sorge Villa Ada presenta un valore storico di tutto rispetto, risalente ai tempi in cui Roma lottava con le sue limitrofe “provinciae latinae” per estendere i propri domini e il proprio potere. In particolare di “Antemnae”, piccola cittadina che sorgeva sul Monte Antenne (dal latino “ante amnem” = davanti al fiume) si hanno notizie che risalgono fino all’VIII secolo a.C., quello in cui, come ci racconta Tito Livio nelle sue monumentali “Historiae” (l’opera di ricostruzione storica più importante dell’antichità, con i suoi 142 libri scritti fra il 25 a.C. e il 9 d.C. e di cui noi oggi non possediamo che una parte esigua), i romani avevano compiuto il famoso ” ratto delle Sabine”. Proprio in seguito a quest’ azione dei “quirites” gli abitanti di Antemnae decisero di allearsi con i sabini e combattere contro Roma. Stando ai pochi dati storici a disposizione pare che sia stato proprio Romolo a conquistare Antemnae e, secondo una linea d’azione tipica della politica imperialistica dei romani, a far trasferire buona parte degli antenati a Roma sostituendoli con cittadini romani. Tenendo presente che i confini di Roma a quel tempo erano segnati dal fiume Aniene, si capisce meglio l’importanza che poteva assumere la conquista di Antemnae, che per la sua posizione avrebbe sostituito un’ottima roccaforte rialzata: La piccola cittadina dovette insomma soccombere allo strapotere della nascente potenza romana, ma non si era certo rassegnata al servaggio, tanto che, circa un paio di secoli dopo, non appena i Tarquini di Porsenna decisero di muovere contro l’Urbe, gli antenati si unirono a loro senza esitazioni. Naturalmente la storia ci insegna che furono i romani a vincere e la zona di antemnae perse in breve tempo quel po’ di rilevanza storica che l’aveva caratterizzata. I documenti e gli antichi scrittori smisero per un bel pezzo di parlare della cittadina, con un breve intervallo durante l’anno 82 a.C., in cui Antennae fece da rifugio all’esercito sannita durante le guerre sillane. Poi, soltanto brevi accenni in età imperiale e qualche menzione celebre, come quella di Strabone che ne ricorda l’antica esistenza, ma ci informa che ormai (ed eravamo a cavallo fra l’ante e il post Christum) si trattava soltanto di uno sparuto villaggio. L’ultimo a parlarne fu Plinio il Vecchio, comasco nato nel 23 d. C. che nella sua ” Naturalis Historia “, opera in trentasette libri, ricorda Antemnae tra le città del Lazio già scomparse al suo tempo.

Per quanto concerne la conformazione antica della zona su cui sorgeva Antemnae, sappiamo che la collina era formata da tre alture distinte e la principale era quella rivolta a sud, da cui anche oggi sale la strada e che fin da allora costituiva l’ingresso principale all’abitato.

Di scarsa rilevanza, purtroppo, sono i resti della cittadina di Antemnae e dell’attività dei suoi abitanti. Durante i vari lavori per il forte sono stati ritrovati fondi di capanne, ma anche di case con fondazioni in blocchi di tufo, oltre alla presenza di un ingegnoso sistema idrico, con pozzi cunicoli e un collettore di notevoli dimensioni, in muratura e cisterne. Una di queste cisterne, a riprova dello stadio avanzato della conoscenza in materia, era sotterranea, sempre costruita con blocchi di tufo e coperta a spioventi. Furono anche ritrovati resti di mura di fortificazioni conservate fino a un’altezza di nove metri, risalenti probabilmente agli inizi del V secolo a.C. e testimonianza evidente del fatto che già allora Antemnae ricopriva il ruolo di valida roccaforte a difesa di Roma. Alcuni reperti in terracotta ci testimoniano delle costruzioni di un tempio in età tardo arcaica e la cui esistenza si è probabilmente spinta sino all’età repubblicana. Sempre durante gli scavi per il forte furono ritrovati ambienti in una villa di età repubblicana, periodo in cui questi colli che circondavano Roma erano meta privilegiata degli uomini benestanti, che vi costruivano le loro dimore per le vacanze. Di questi resti già poveri, oggi non rimane pressoché nulla mentre altri resti, ritrovati in epoca più tarda, fanno balenare l’idea affascinante che l’antica cittadina di Antemnae non fosse circoscritta al monte omonimo, ma che si estendesse anche al colle vicino in una zona che, contrariamente a quanto avvenuto per il Monte Antenne, non ha subito l’intervento dell’uomo durante il secolo scorso così che i resti abitati del periodo più antico potrebbero esservi conservati ancora intatti.

Insomma quella di Antemnae e dell’omonimo monte era considerata un’area molto importante fin dai tempi dei romani, ricoperta di una centralità testimoniata dalle due strutture che la circondavano, la via Salaria vetus e l’Acquedotto vergine. La via Salaria antica, in particolare, era configurata in modo da assumere un ruolo di “via comunicationis” con l’Urbe. Un’ultima infrastruttura molto antica e preziosa che caratterizza questa zona è il tracciato sotterraneo dell’acquedotto dell’Acqua Virgo, pressoché l’unico acquedotto della Roma antica che si sia mantenuto in funzione fino ai giorni nostri. Un’opera inaugurata da Agrippa nel 19 a. C. e che in alcuni punti raggiungeva una profondità ben oltre i trenta metri. Se possediamo queste notizie per il periodo antico, dobbiamo purtroppo registrare un vuoto assoluto per tutto il Medioevo, almeno fino al 1547, anno della stampa della Mappa della Campagna Romana, opera di Eufrosino della Volpaia e che comunque non ci permette di andare oltre la deduzione della presenza di colture, vigneti e ville su tutta l’area di quella che ancora non era villa Ada, né di nome né di fatto perché l’intera zona era ancora divisa in varie tenute.

LA STORIA MODERNAtorna all’indice

La storia in generale della villa e delle sue trasformazioni, anche in età moderna, è stata approfondita assai poco, anche e soprattutto per le difficoltà di accedere all’archivio di casa Savoia. Come abbiamo già rilevato, fino alla metà del XVIII secolo tutta quella vasta campagna che si estendeva lungo la via Salaria fino alla confluenza del Tevere con l’Aniene era suddivisa in numerosi poderi e tenute, tutti caratterizzantesi per la grande presenza di boschi, canneti e vigne. IN particolare intorno al 1750, sappiamo che tre erano i vigneti che abbracciavano tutta l’area lungo la Salaria: un’appartenente a Monsignor Natale Saliceti, un’altra dell’avvocato Domenico Calzamaglia e l’ultima di proprietà del signor Michele Capocaccia. Si tratta quindi, ed era una caratteristica che si stava sviluppando con il ’700, di proprietari non nobili ma appartenenti a quella nuova classe borghese che si serviva delle cosiddette Ville suburbane come luoghi al tempo stesso di prestigio, produzione e svago. La prima che s’incontrava provenendo da Roma era la ” Vigna Saliceti”, di cui sappiamo che il principale gioiellino era un casino nobile, disposto a due piani e con cinque stanze arredate con innumerevoli pitture. Anche la “Vigna Calzamaglia” era dotata di un casino nobile a due piani, con una bella scala scoperta e un ingresso faraonico con pilastri adorni di stucchi. L’ultima vigna, quella di Capocaccia, il quale sappiamo che ebbe una querelle con il vicino Calzamaglia per i confini fra le due proprietà, risultava anch’essa in possesso di un casino nobile con ai lati due bellissimi “cocchi du lauri”, addossati al muro di cinta lungo la Salaria.

Della proprietà Calzamaglia ci è noto che nel 1785 venne venduta a Luigi Pallavicini dopo che per due anni l’aveva posseduta un’esponente della famiglia Torlonia, e dopo poco, in quel 1789 in cui scoppiò la Rivoluzione Francese, sempre il Pallavicini acquistò anche la villa Saliceti, mentre non conosciamo la data precisa, ma siamo sempre in questi anni, in cui finì in sua proprietà anche la terza vigna. Il grande territorio fatto proprio da Luigi Pallavicini era fra i più belli e preziosi che si potevano trovare a quel tempo, ricco di casini, spalliere e cocchi che ne evidenziavano ad un tempo il carattere residenziale e di angolo delizioso, con due boschetti fitti (paretai) che al centro avevano due casotti in legno usati per l’appostamento durante la caccia agli uccelli. Insomma questo grande complesso paradisiaco costituiva fin da allora un ottimo luogo per l’ozio, lo svago e la caccia, ma offriva anche una ricchezza agricola e floreale non indifferente, presentando numerosi alberi da frutti, vigne e canneti.

Subito dopo aver acquistato le ville, il principe Pallavicini volle cominciare i lavori di riasetto del verde nell’intento soprattutto di fondere insieme i tre poderi originari. In un primo tempo si servì dell’opera dell’architetto francese Auguste Hubert, commissionandogli un parco ispirato a criteri più che classici e formali, in un’apoteosi di stilizzazione tipica dell’ambiente romano, anche in questo refrattario alle novità.

Hubert fu presto licenziato e rimpiazzato da un architetto italiano, Carlo Puri De Marchis, che combinazione voleva fosse il nipote di quel Tommaso De Marchis che aveva lavorato alla villa Calzamaglia decenni addietro. Il De Marchis venne però affiancato da una delle figure più originali ed eclettiche del tempo, il Francesco Bettini che, da paesaggista autodidatta, era riuscito a prestare la sua opera in molti lavori importanti. Villa Borghese, Villa Doria Pamphili e la progettazione per la sistemazione di Piazza del Popolo furono fra i suoi vessilli più prestigiosi . La personalità poliedrica e sperimentatrice del Bettini si scontrò più volte con gli interni del Principe Pallavicini e dei suoi architetti, desiderosi di creare un parco ispirato a rigidi criteri formalistici, geometricamente lineari e dalle simmetrie rigorose. Per quel poco che gli fu concesso , il Bettini lavorava appena un’ora al giorno, egli cercò di far sentire la propria impronta di artista amante degli spazi naturali e dei paesaggi liberi, trovando anche il modo di far notare al principe che c’era bisogno di più acqua in una villa che, enorme quant’era, disponeva soltanto di due pozzi. Per tutti gli anni ottanta e i primi del novanta del 700 si hanno notizie dei lavori, mentre per il decennio successivo si registra un assoluto vuoto di notizie sulla vita. C’è da dire che siamo arrivati agli anni della dominazione napoleonica e come già abbiamo visto per Villa Borghese, questa ebbe degli effetti non secondari sullo sviluppo del parco. Infatti la nobiltà romana, Pallavicini compresi, era gravata da prebende e balzelli volti al finanziamento della grande potenza napoleonica e non poteva più permettersi di impegnare il proprio denaro nelle costose opere di abbellimento e ristrutturazione delle loro reggia, ville e abitazioni. La villa di Luigi Pallavicini, sebbene provenisse da una recente opera di ristrutturazione, iniziò già allora il suo lento ma inesorabile declino. Infatti già con i primi anni del XIX secolo, nel 1804 per la precisione, Luigi Pallavicini la cedette in affitto a monsignor Stanislao Sanseverino, accordandosi anche per un acquisto successivo. La vicenda fu piuttosto travagliata dal punto di vista legale tanto che si generò una querelle che si protrasse per quasi vent’anni. In seguito a questo contrasto la villa fu sottoposta a molteplici perizie che ci permettono di ricostruirne la conformazione nel tempo. E così sappiamo che c’era ancora il casino Saliceti, che ancora oggi è osservabile a chi percorre la Salaria, il monumentale accesso con tanto di portineria al fianco e, più all’interno in casini Pallavicini con la sua doppia rampa di scale, il Tempio di cui abbiamo detto, il “paretaio”, una torretta oggi non più esistente, una “piazza della cavallerizza” e numerosi casini di minori dimensioni. Già allora, purtroppo, le perizie registravano un’incuria generalizzata nella manutenzione della tenuta, con edifici bisognosi di ristrutturazione, il muro di cinta rovinato in più parti e il terreno che presentava vaste zone inaridite. In compenso, sempre dalle perizie, risulta che il Principe Pallavicini si era ritagliato un piccolo angolo di paradiso lungo la via Salaria per farne il proprio casino, il tutto caratterizzato da viali simmetrici che s’intersecavano formando un “rondò” e altri edifici di modeste dimensioni, tutti disposti a mo’ di anfiteatro, oltre a giardini curatissimi e un piccolo boschetto. Lo stesso Casino Pallavicini era contornato dai giardini formali tanto amati dal Principe e si apriva su un complesso di viali perpendicolari con al centro un belvedere rondò. A completare il tutto figuravano il rituale coffe-house e due casali rustici, ricordati con i nomi di “Filomarino” e “La Tribuna”. Tutto il parco nel complesso era caratterizzato da una latente antinomia: ai giardini stilizzati e curati con precisione geometrica in ogni loro aspetto che circondavano più da vicini i casini nobili, si contrapponeva tutto il resto del parco e i lotti circostanti i casini rustici, in cui si verificava il trionfo della spontaneità naturalistica, scevra da schemi precostituiti e con frequenti roccaglie e vialetti tortuosi. Quest’ultima parte era dovuta certamente all’opera del già citato Bettini, notoriamente amante dei paesaggi naturali. Tuttavia dalle piante del 1850, quando la villa risultava già di proprietà dei Potenziani (non è possibile affermare l’anno in cui i Pallavicini la vendettero), risulta che i rigidi schemi formalistici venivano messi da parte per far posto ai nuovi giardini ispirati al modello inglese, modello che si stava affermando anche nella Roma conservatrice.

Dai dati a disposizione non risulta che i Potenziani abbiano modificato in maniera significativa lo schema costruito dai Pallavicini. I destinatari della villa Pallavicini-Spallanzani mutarono con la creazione, nel 1870, di Roma come nuova capitale dello Stato italiano, che si era costituito appena nove anni prima. Il re Vittorio Emanuele Savoia dovette così trasferirsi a Roma da Torino, originaria capitale d’Italia. Poi il regnante si poneva il problema di trovare una dimora regale confacente al suo lignaggio e che, soprattutto, non avesse nulla a che fare con il “rivale” Pontefice di Roma. Fu così che il sovrano decise di prendere come dimora per sua moglie, Rosina Vercellana Guerrieri, contessa di Mirafiori e Fontanafredda la splendida Villa Malatesta sulla Nomentana, che da lì prese appunto il nome di Villa Mirafiori, mentre per la sua villa reale acquistò vari terreni dislocati tra la Salaria, Monte Antenne, i Prati dell’Acqua Acetosa e i Monti Parioli, riuscendo a far propria in poco meno di tre anni tutta l’antica villa Pallavicina oltre a dieci aree circostanti, fra cui spiccava l’estesissima Chiusa del Collegio Ibernese, attraversata dall’antico Vicolo della Noce. Se l’area dei giardini era stata più che degnamente sistemata, permaneva però il problema di un edificio reale all’altezza, aspetto che né il Casino Pallavicini, elegante ma assai poco rappresentativo, né il giardino dei Potenziani possedevano. Perciò Vittorio Emanuele decise subito di dare il via ai lavori per la costruzione della palazzina regale, affidandone la direzione all’ingegnere Guglielmo Castelnuovo. Tra il 1873 e il 1874 i lavori vennero ultimati. Ne uscì fuori una sobria ma elegante palazzina di tre piani, con tanto di terrazza all’aperto ornata da due torrette a due piani. L’impostazione generale rispettava la compostezza e l’essenzialità tipica delle ville rinascimentali e prebarocche. Pare proprio che il Re, lasciati i ridondanti giardini barocchi di Torino e dopo aver sperimentato quelli più armoniosi della Toscana (infatti risiedette per alcuni anni a Firenze, che nel 1864 era stata proclamata capitale del Regno d’Italia), volesse creare una reggia adatta al gusto romano. La palazzina conteneva moltissime stanze tutte decorate, tra cui spiccavano un salone da lettura, vari salotti, due gallerie ornamentali, una sala da ballo, una grande sala da gioco e una cappella palatina. All’interno dell’edificio sorgeva un bel giardino- serra con affreschi e illuminato da un lucernaio soprastante e aperto sulla terrazza.

Terminati i più urgenti lavori per dare un palazzo reale al sovrano, vennero affidati i lavori di sistemazione del verde all’orticoltore di Amburgo Emilio Ritcher. Partiti a dire il vero con intenzioni meno grandiose, questi lavori finirono per provocare dei mutamenti rilevanti e sostanziali. Fu spostata terra per oltre ventimila metri cubi, furono creati due laghi e vennero impiantate più di centomila piante delle specie più varie, semplici e di lusso. Venne costruito un grande serbatoio larvato sotto le sembianze di torre neogotica (e basti qui ricordare quanto il Bettini avesse insistito con Luigi Pallavicini che la villa possedeva una scarsa riserva d’acqua). Nel biennio 1875-76 il Re aveva inoltre ampliato il suo possedimento acquistando anche l’attuale Monte Antenne, le vigne e i prati Filonardi, Gualdi e Sabatini sul versante dell’Acqua Acetosa fino al Tevere, facendo sue altre proprietà intorno al Monte Zoccolo. Riuscì insomma a raddoppiare l’originaria estensione del parco. E’ facile immaginare come i lavori del Ritcher si complicarono a dismisura, anche tenendo conto delle famose piogge torrenziali che caratterizzarono il 1875. Inoltre, forse per recuperare un po’ di denaro contante, molti territori periferici della villa furono affittati per il pascolo e ne furono rovinati non poco. A cavallo fra il 1876 e il 1877 il parco fu consegnato completato al Re. Agostino De Petris iniziava in quegli anni il lungo governo della cosiddetta sinistra parlamentare, che si era sostituita alla Destra storica con cui era iniziato il governo del Regno d’Italia. L’impostazione generale con cui fu consegnato il parco al Re è ancora oggi sostanzialmente immutata. Il settecentesco giardino Pallavicini – Potenziani ha mantenuto la sua impostazione geometrica e rigorosa, mentre il nuovo edificio reale e l’antico casino Pallavicini sono stati inseriti all’interno di una rete di percorsi curvilinei, che delimitano ampie zone d’ispirazione paesaggistica e con forti tinte esotiche.

La villa era pronta, ma Vittorio Emanuele II ebbe poco tempo per godersela perché morì dopo pochi mesi. Alla sua morte tutta la proprietà fu coinvolta in speculazioni e scambi di proprietà a dir poco sospetti, con al centro figure losche dell’Italia di fine ’800, quelle stesse figure che, sei anni dopo, sarebbero state coinvolte nello scandalo più grave ed immorale della storia del nostro Paese prima di Tangentopoli: lo scandalo della Banca Romana. Ma procediamo con ordine. Il 21 dicembre del 1878 Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II, decise clamorosamente di vendere l’area padronale del parco insieme agli edifici nobili (un insieme di cose che fra acquisti e lavori era costato circa due milioni) al famigerato conte Telfener che, già amministratore dei beni della Real Casa, non solo fece proprio tutto il parco dedicandolo alla moglie Ada (siamo nel 1878, anno di battesimo di quella che rimarrà Villa Ada), ma s’impossessò anche di molte altre proprietà, fra cui un’altra villa urbana del sovrano, sita tra Porta Pia e Castro Pretorio. Ai fini di una maggiore comprensione, bisogna tenere presente che gli ultimi vent’anni dell’800 fecero segnare in Italia un rilevante incremento della corruzione (si trattò soprattutto di speculazione edilizia), sia degli imprenditori che della classe politica, tanto che ne furono coinvolti burocrati, direttori di banche, costruttori edili, direttori di giornali, segretari di partito e persino due Presidenti del Consiglio come Crispi e Giolitti. Insomma il passaggio di proprietà di quella che ormai si chiamava a pieno titolo Villa Ada costituiva solo la punta dell’iceberg di un sommovimento sotterraneo e riservato alle alte sfere della società, di cui ancora oggi gli storici non sono riusciti con certezza a sicurezza i passaggi e le modalità.

E infatti, dopo pochissimo tempo, il conte Telfener vendette la villa a Bernardo Tanlongo, il potente amministratore di quella Banca Romana il cui scandalo, scoppiato nel 1893, segnò l’apice delle manifestazioni di corruzione del tempo. Basti pensare che il Bernardo Tanlongo, pur già discusso da molto tempo, venne nominato nientemeno Senatore dall’emergente presidente del Consiglio Giovanni Giolitti poco prima di essere arrestato. Un errore che costò a Giolitti la perdita provvisoria della carica di Capo del Governo. Tutto ciò rende plausibile l’ipotesi dell’esistenza di un progetto speculativo sulla villa, avvalorata anche dalla lettura del Piano Regolatore del 1883 che prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri ai Monti Parioli, che si sarebbero collegati alla zona della Salaria e ai quartieri previsti nell’attuale Trieste.

Non sarebbe quindi un’idea peregrina quella di pensare che dietro gli acquisti prima del conte Telfener poi di Tanlongo ci fosse in realtà la stessa Banca Romana che, acquistando l’intero terreno, pensava di porsi in una posizione di forza per la futuribile lottizzazione dello stesso. In realtà poi, lo scandalo che travolse l’istituzione e tutti i suoi maggiori esponenti fece fallire questo disegno pretenzioso, la Banca Romana rimase formalmente proprietaria del parco ma sotto la vigilanza della Banca d’Italia fino a quando, nel 1903, lo stesso parco con i suoi edifici venne diviso in vari lotti e affittato a dei privati.

LA STORIA CONTEMPORANEAtorna all’indice

In questi ultimi e travagliati vent’anni dell’800 la villa subì un forte stato di disinteresse e abbandono da parte dei proprietari e delle istituzioni, tanto che il governo italiano si decise a rivenderla a un Savoia, Vittorio Emanuele III, per una cifra ancora una volta molto al di sotto del valore effettivo (circa 600.000 lire). Fortunatamente il nuovo sovrano oltre ad essere un ecofilo era anche un esperto di botanica e si dedicò con grande impegno alla risistemazione della villa, tanto che nel 1919 la fece assurgere a residenza ufficiale in sostituzione al Quirinale. Negli anni fra le due guerre il parco si avvalse di numerose migliorie, sia ai giardini che agli edifici, il Casino Pallavicini, che successivamente assunse il nome di “Villa Maria”, divenne la dependance della famiglia reale e nei primi dieci anni del XX secolo venne costruito anche il grande portale maestro sulla Salaria, con tanto di abitazione per il custode.

Anche la palazzina reale subì vari lavori di abbellimento, le due torri del terrazzo vennero unite da un padiglione che ospitava l’appartamento della regina, denominato ” il Paradiso”, mentre al primo piano fu dislocata la stanza del re finemente arredata con mobilio dell’800 e il grande cortile interno venne adibito a struttura per feste e rappresentazioni con una configurazione che richiamava i teatrini in stile barocco.

Per quanto concerne i giardini si migliorò il sistema di cura di quei settori dedicati all’agricoltura e all’allevamento, mentre l’area verso Monte Antenne continuava a presentare uno scenario completamente boschivo tanto che prese il nome di “bosco di S. Elena”. fu ampliata e organizzata la preesistente riserva di caccia, costituita da una serie di sentieri tracciati intorno agli anni ’20 del XX secolo e ancora oggi individuabili: Vittorio Emanuele III volle arricchire la presenza di pini e ornare la villa in generale ordinando piante rare insieme a un centinaio di specie diverse di palme. Anche la coltivazione floreale fu perfezionata con l’allestimento di alcune serre vicino alle scuderie, di cui la maggiore, la “serra lunga” fornita di un impianto di riscaldamento e termosifone.

Ma l’innovazione più rilevante e curiosa fu senz’altro quella del “giardino segreto” che, annesso al palazzo, rappresentava senz’altro un omaggio ai modelli delle ville rinascimentali tutte solitamente dotate, come abbiamo visto per Villa Borghese, di uno o più giardini segreti. Il giardino segreto di Villa Ada fu realizzato fu realizzato tra il 1936 e il 1937sul lato sinistro della palazzina reale, con siepi e pergolati con colonne in muratura e terminante in una chiusa regolare con peschiera e fontane, riquadrata a parterres. L’arredo presentava un’efficace commistione di caratteri moderni, con sculture in bronzo, e suggestioni antiche, con inserti di pezzi della classicità, sarcofagi e busti. Il tutto confezionato secondo i canoni del giardino all’italiana, proprio in quegli anni tornato in auge. Si trattò degli ultimi sprazzi di una gloria passeggera perché, come già abbiamo visto per Villa Borghese con il decadimento dell’antica famiglia di Siena, con le vicende della Seconda Guerra Mondiale e l’esilio della famiglia Savoia anche la villa fu abbandonata ed iniziò un nuovo e, fino ad oggi, irrecuperato declino rispetto agli splendori del passato. Gli eredi Savoia ricorsero, dopo la Guerra contro i due decreti ministeriali che ponevano la proprietà della Villa sotto l’egida dello stato e quindi del Comune. Nel 1957 si giunse ad una divisione consensuale tra il demanio e gli eredi Savoia: allo stato andavano 34 ettari più i 32 del parco di Monte Antenne, mentre la quota dei nobili fu di 84 ettari. Per quanto riguarda la parte pubblica bisogna dire che si procedette ad alcuni lavori di sistemazione come la costruzione delle vasche in cemento nella parte bassa, la piantagione dei salici piangenti, assolutamente innovativi per un giardino romano di qualunque periodo, e il tracciato di alcuni viali. L’operato dei Savoia si limitò soltanto alla ricerca di espedienti giuridici che delegittimassero le decisioni dello Stato italiano. Con il piano Regolatore del 1965 l’intera area fu comunque adibita a parco pubblico, mentre con la “Variante al P.R.G. per il reperimento di aree per servizi e verde pubblico” del 1990, l’amministrazione comunale ha riproposto la destinazione a verde pubblico (zona N) della vita decaduta per superamento dei termini di legge.

A tutt’oggi Villa Ada è uno dei punti verdi più belli e importanti di Roma, sede di numerosissime manifestazioni culturali, di spettacolo e di sport. Ogni giorno migliaia di persone vi si recano alla ricerca di svago, natura e fuga dal caos della città. I progetti per il rilancio definitivo della villa sono tanti e molti di questi validi e rispettosi della configurazione e della storia di Villa Ada. Il passato lo abbiamo potuto raccontare. Per il futuro dobbiamo affidarci alla speranza e agli uomini di buona volontà.

LA FAUNA : gli abitanti di Villa Adatorna all’indice

Se per Villa Borghese la scelta di privilegiare gli aspetti artistico-culturali, dedicandogli un’ampia sezione , è stata pressoché obbligata , altrettanto imprescindibile si presenta un capitolo sulla fauna di Villa Ada, ovvero sulle numerose specie animali che la popolano e che contribuiscono a farne uno dei bacini naturalistico ambientali di maggior interesse a Roma.

Infatti il parco di Villa Ada (140 ha), congiuntamente a quelli di Villa Borghese (94ha) e Villa Glori (28 ha) e di centri sportivi dell’Acqua Acetosa, viene a costituire un grande complesso di verde importantissimo per l’ecosistema della parte centrosettentrionale di Roma e che, comunque, fa sentire i suoi benefici ben oltre la zona interessata. Infatti questo complesso rappresenta l’apice di un cuneo verde che , dalla circostante la città, penetra fin dentro il tessuto urbano disegnando una vera e propria “via comunicationis” biologica che permette un continuo scambio biocenotico (la biocenosi è un complesso di individui di diverse specie animali o vegetali che coabitano in un determinato ambiente) tra la città e le e le circostanti zone extraurbane.

Insomma una via privilegiata attraverso la quale moltissimi animali possono entrare e uscire da Roma. Da qui la grande ricchezza faunistica di cui è in possesso Villa Ada. Passiamo ora in rassegna le principali specie animali che vi abitano perennemente o che vi vengono a passare la stagione più calda.

Per quanto riguarda i pesci c’è da dire che, mancando la villa di corpi idrici superficiali perenni, essi non vanno oltre le specie più comuni introdotte dall’uomo, come il classico pesce rosso (carassium auratus) e la carpa (cyprinus carpio). Leggermente più presenti sono gli anfibi, specialmente con la rana verde (rana esculenta), rinvenibile lungo le sponde del laghetto, il rospo comune (bufo bufo) e il rospo smeraldino (bufo viridis), queste due ultime specie osservabili più che altro in zone alberate e erbose, soprattutto fuori dal periodo riproduttivo.

Anche i rettili popolano in numero significativo la villa, ma si tratta di specie innocue come la tarantola muraiola (tarentola mauritanica) , visibile sulle pareti delle abitazioni o sui tronchi degli alberi , l’emidattilo verrucoso (hermadactylus turcicus) anch’esso frequentatore dei muri degli edifici. Mentre negli spazi erbosi, specialmente in vicinanza di cespugli e alberi si può osservare la lucertola campestre (podarcis sicula) e la lucertola muraiola (podarcis muralis), ma anche l’assai raro ramarro (lacerta viridis). Leggermente impressionante per la sua corporatura serpentiforme e i piccolissimi arti è la luscengola (chalcides chalcides), che però frequenta quasi esclusivamente i prati e le radure nella parte chiusa della villa. Sono osservabili anche specie di colubridi, fra cui spicca il riservato e poco amante della confusione biacco (coluber viridiflavus), che si apparta per lo più negli angoli dove la vegetazione è fittissima.

Naturalmente i re incontrastati dei parchi, e Villa Ada non fa eccezione, sono gli uccelli, sui quali sono disponibili moltissimi dati anche grazie al recente studio da cui è nato l’ottimo e unico “Atlante degli uccelli nidificanti a Roma”, edito dai tipi della Fratelli Palombi editori e dal quale si evince una notizia che ha del sensazionale: Roma con i suoi monumenti antichi che offrono ottimi pertugi , col suo clima cittadino inquinato ma più temperato e soprattutto con i suoi parchi costituisce un luogo ideale di nidificazione per tutti i tipi di uccelli.

Roma, insomma, con le sue settanta specie di uccelli nidificanti rilevate costituisce una casa ideale per queste simpatiche bestioline.

Per cogliere anche qui l’importanza di Villa Ada basti dire che , di queste settanta specie presenti in tutta Roma, all’interno del solo parco ne sono state rilevate cinquantanove. Fra queste spicca il bellissimo gheppio (falco tinnunculus), che si può vedere abbastanza frequentemente mentre sorvola la villa in cerca di prede o se ne sta nobilmente posato sui rami degli alberi più alti con le ali reclinate. Visibili sono anche due specie di gabbiani: il più raro è il gabbiano corallino (larus melanocephalus), avvistato soltanto nel lontano 1983, e il gabbiano comune (larus ridibundus) a cui spesso si unisce il gabbiano reale che però nidifica in città. Queste due ultime specie sono osservabili durante le ore diurne sulle acque del laghetto nella parte aperta al pubblico. Sempre tra le specie accidentali si rinviene la ballerina gialla (motocilla cinerea) che frequenta le zone più umide, e la simpatica toccola (corvus monedula) che nidifica nelle aree edificate circostanti la villa e ogni tanto entra per vedere com’è la situazione.

Altre specie che frequentano la villa possono essere osservate solo per alcuni giorni dell’anno , quando vi sostano per rifocillarsi durante le migrazioni primaverile o autunnali. E’ questo il caso dell’upupa (upupa epops), del beccaccio (Sylvia borin) che nidifica nelle regioni settentrionali dell’Europa, dei due simpatici Luì verde (Phylloscopus sibilatrix) e Luì grosso (Phylloscopus trochilus), entrambi frequentatori delle aree boscate. Ma anche la nobile Balia dal collare (Ficedula albicollis), inconfondibile col suo collare a macchie frontali bianche.

Fra le specie “svernanti”, ovverosia che frequentano la villa solo nei mesi invernali per trovarsi del cibo, segnaliamo l’intrepido Martin pescatore (Alcedo atthis), implacabile divoratore dei piccoli pesciolini rossi che abitano il laghetto, ma anche la celebre (più che altro per essere la protagonista di numerose barzellette) Passera scopaiola (Prunella moularis), il Codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros), rinvenibile vicino e edifici e muretti, il Tordo bottaccio (Turdus philomenos), e il Tordo sassello (Turdus iliacus), veri e propri divoratori di insetti.

La categoria più rappresentata è quella delle specie “nidificanti”, sia stanziali che estive, di cui se ne contano ben trentasette. Fra le specie estive nidificanti, che se ne vanno con i primi dell’autunno, spiccano il Cuculo (Cuculus canorus) con il suo inconfondibile canto , il simpatico Torcicollo (Iynx torquilla), picchio dalle sembianze di passeriforme, la Rondine (Hirundo rustica), che nidifica nelle stalle situate sulla collina delle Cavalle madri, l’Usignolo (Luscinia megarhynchos), dal canto melodioso e il Pigliamosche (Muscicapa striata), inconfondibile per la sua tecnica di caccia agli insetti in volo.

Fra le specie “stanziali nidificanti” troviamo il conosciutissimo Piccione di città (Columba livia), che nidifica sugli edifici del settore meridionale della villa , il Barbagianni (Tyto alba), la Civetta (Athene noctua) e l’Allocco (Strix aluco). Molto localizzato è il Picchio verde (Picus viridis), affiancato dal più diffuso Picchio rosso maggiore (Picoides major). Frequentatore delle zone boscate è il Pettirosso (Erithacus rubecula). mentre in numero e localizzato nelle zone aperte al pubblico è il Saltimpalo (Saxicola torquata). Tra le specie più conosciute di tutti figura il caratteristico Merlo (Turdus merula).

Tra i silvidi segnaliamo la Capinera (Sylvia atricapilla), tra le specie più comuni nella villa.

Per tornare agli abitanti delle zone boscate non si può non parlare della Cinciallegra (Parus major), del Picchio muratore (Sitta europaea), la cui osservazione recente risale al 1992, il Rampichino (Certhia brachydacthyla) e la Ghiandaia (Garrulus glandarius), la cui nidificazione è stata rilevata una sola volta negli anni passati (1983-1984) ed in seguito non si è più verificata.

Infine, fra le specie più comuni e presenti in tutti gli ambienti della villa segnaliamo la cornacchia grigia ( Corvus corone cornix), che nidifica sugli alti pini, la comunissima Passera d’Italia (Passer domesticus italiae), il Fringuello (Fringilla coelebs) e il Cardellino (Carduelis carduelis).

Ma Villa Ada è anche ricca di mammiferi, alcuni dei quali di notevole interesse per tutta la fauna cittadina: Fra i più comuni ci sono il Topo selvatico (Apodemus), il Ratto nero (Rattus rattus) e il topolino delle case (Mus domesticus). Ben distribuito soprattutto nelle zone chiuse al pubblico è il Riccio (Erinaceus europeus) e abbastanza comune è che la Talpa (Talpa romana), la cui presenza viene rivelata dai caratteristici cumuli di terra visibili in superficie, in corrispondenza dei suoi scavi sotterranei. Sempre nell’ambito dei mammiferi, c’è da segnalare l’importantissima presenza del coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) che è una specie segnalata per la città di Roma esclusivamente all’interno di Villa Ada, dove se ne riscontrano numerosi individui nelle zone con arbusti e cespugli situate ai margini delle aree boscate. Simpatica e gradita presenza è quella dello Scoiattolo (Sciurus vulgaris), amante delle zone a pineta dove non è difficile osservarlo durante le ore del giorno mentre si arrampica agilmente sugli alberi o salta da un ramo all’altro per procacciarsi il cibo. Stiamo sicuramente parlando dell’animale più docile e socievole, anche con gli uomini dai quali, pur mantenendo sempre una distanza di sicurezza, si lascia avvicinare non disdegnando sempre gradite offerte di cibo. Anche questo dello scoiattolo è dato di marcata rilevanza, perché stiamo parlando di una specie che in tutta Roma si ritrova soltanto a villa borghese e, per giunta, in numero assai inferiore.

Negli ultimi vent’anni sono mancati invece, gli avvistamenti dell’altro grosso roditore, l’Istrice (Hystrix cristata), e della Volpe (Vulpes vulpes), quest’ultima sostituita nel ruolo di predatore dai cani randagi che stazionano abitualmente nella villa, anche se non c’è da preoccuparsi perché si trovano esclusivamente nella parte occidentale, quella chiusa al pubblico.

Appartenente alla specie dei mustelidi e amante della notte, fa rigistrare la sua presenza anche la Donnola (Mustela nivalis), presente in numero considerevole insieme ai Tamia (Tamias), i piccoli animaletti introdotti dall’uomo che si arrampicano sugli alberi.

Queste sono solo alcune fra le principali specie animali che popolano Villa Ada, una villa che, senza tema di smentita, può definirsi il più ricco bacino faunistico di Roma, in un ambiente ancora ben conservato e con un buon grado di maturità ecologica. Insomma , un vero e proprio “thesaurus naturae” che merita appieno che vadano a buon fine tutti i progetti per il suo rilancio. Un tesoro di ossigeno e di benessere di vita.

Questo è il vecchio percorso che si poteva fare a villa Ada (video gennaio 2011), dopo la nevicata di quest’anno è in gran parte inaccessibile

ciemmona2013

27/04/2013
di admin
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Ciemmona 2013

Finalmente anche quest’anno arriva il weekend della Ciemmona Interplanetaria
http://www.ciemmona.org/category/ciemmona2013/

dal sito ciemmona.org Roma pedala ancora!
Era l’ultimo fine settimana di maggio del 2004. Cicliste dai più lontani pianeti decisero di convergere su Roma, per celebrare una festa per la città, per le biciclette e per le persone. Era la prima Critical Mass Interplanetaria o Ciemmona. Da allora le bici si sono moltiplicate, ben oltre la massa critica. Intanto le città continuano a soffocare: smog, incidenti e traffico mietono vittime. Mentre il sistema è al fallimento e la prepotenza dei mezzi a motore privati si fa sentire sempre più. Quest’anno siamo alla decima edizione della Ciemmona e ancora una volta cicliste di ogni parte del mondo arriveranno a Roma per celebrare la bici e un modo diverso di vivere la città. Siamo consapevoli che la ciclabilità romana è figlia di ciò che negli ultimi undici anni le pedalate mensili della Critical Mass hanno seminato: nelle strade liberate dal traffico motorizzato, migliaia di cicliste hanno scoperto la gioia di pedalare tutti i giorni, e soprattutto hanno capito che possiamo essere il cambiamento che vogliamo.

Critical Mass Roma invita tutte le persone che vogliono realizzare un cambiamento a partire da loro stessi, dai propri stili di vita, dalle loro abitudini quotidiane, ad usare la bicicletta tutti i giorni e ad unirsi alla grande festa/protesta che si terrà in occasione della 10ª Ciemmona tra il 31 maggio e il 2 giugno a Roma. Siamo l’ultima generazione che può rendere vivibili le nostre città, facciamolo. Sempre in quest’ottica ricordiamo che la Ciemmona è una festa senza leader né organizzazioni. Chi viene è responsabile per se e chi le sta vicino. Invitiamo tutte a leggere le linee guida proposte.

Parliamo al femminile perché siamo tutte persone.
E se ancora non è chiaro: siamo rigorosamente antifasciste, antisessiste e antirazziste. Se non vi riconoscete in questi valori fondamentali non siete affatto le benvenute tra noi.

Quando e dove
Venerdì 31 maggio, ore 18.00, piazza Vittorio, Critical Mass Roma
Sabato 1 giugno, ore 16.00*, Via Norvegia (Auditorium parco della musica) 10ª Ciemmona Interplanetaria.
Domenica 2 giugno, ore 12.00*, piazzale Ostiense, tutti A/R Mare.

In occasione della 10ª Ciemmona, la Rete delle Ciclofficine Popolari di Roma ha organizzato sei giorni di Cyclocamp, il raduno dei meccanici delle Ciclofficine d’Europa e del mondo, e tre giorni di Forum delle Ciclofficine, uno spazio/luogo d’incontro e di confronto tra i percorsi delle numerose ciclofficine del mondo. Anche quest’anno sarà attivo il campeggio nel giardino del CSOA eXSnia, di fronte alla Ciclofficina popolare Donchisciotte. Il campeggio è totalmente gratuito e ognuna si prende in carico la sua organizzazione e gestione.

Campeggio e prestito bici
Prenotate uno spazio per la vostra tenda mandando una email a: accomodation@ciemmona.org Venite da molto lontano e non riuscite a portarvi una bici? Faremo il possibile! Scrivete a bikesharing@ciemmona.org

PROGRAMMA dettagliato
31 maggio, venerdì: Critical Mass Roma di maggio.
Come ogni mese partenza da Piazza Vittorio Emanuele. Appuntamento alle ore 18:00.
Dopo la Critical Mass chi vuole può andare al Fusolab
Metro vicine: Vittorio Emanuele (linea A).

1 Giugno, Sabato: Ciemmona 2013, 10° compleanno
Partenza da via Norvegia (Auditorium Parco della Musica). Appuntamento ore 16:00
Alla fine della Ciemmona chi vuole può andare al CSOA eXSnia, che come ogni anno accoglie i ciclisti critici con cibo, giochi a due ruote e concerto.

2 giugno: Tutti a/r mareee!!
Partenza da Piramide alle ore 11:00 per andare tutti insieme al mare in bicicletta.
Attenzione, portate con voi acqua e cibo. La strada e’ lunga e fara’ molto caldo !
Metro vicina: Piramide (Linea B)

Linee guida proposte
Critical Mass è un incontro casuale di ciclisti in un luogo concordato, non esiste un percorso stabilito, non esistono leader, non esistono regole, ma per una migliore riuscita dell’evento abbiamo individuato una serie di comportamenti che permettono alla Massa Critica di ottenere il massimo di visibilità e di attenzione, di creare consenso e di evitare incidenti di qualsiasi tipo.
Si tratta di semplici indicazioni sempre suscettibili a critica e revisione.
La cosa più importante è essere sempre gentili e sorridenti con gli automobilisti. Non litighiamo. Rispondiamo sempre in modo gentile anche se gli automobilisti sono arroganti e maleducati verso di noi. Cerchiamo sempre una soluzione pacifica se ci dovessero essere degli automobilisti che suonano o escono dalle macchine per litigare.
La Critical Mass è aperta a tutti: non solo ai ciclisti. Sono benvenuti pattinatori, skaters, monopattini, pedoni…Il percorso di massima viene definito in mailing-list e durante la riunione informale prima della partenza. Variazioni possono essere apportate dal gruppo di testa per ragioni di viabilità o di psicogeografia. Il gruppo di testa è sempre estemporaneo e cambia continuamente durante il percorso: se si hanno idee di percorso si propongono durante il tragitto.
In linea di massima si evita di insistere troppo su strade ad alta viabilità (es. Lungotevere) e si prevedono anche passaggi all’interno di isole pedonali.
E’ importante non insistere troppo su strade come il lungotevere o la tangeziale, perché nessuno ci vede quando siamo nascosti in queste grandi arterie stradali, mentre noi vogliamo far vedere quante biciclette sono scese in strada per la Ciemmona !
Si mantiene un comportamento corretto con gli automobilisti: si spiegano le motivazioni (magari con flyer o volantini) e si usa l’ironia. Se un automobilista è particolarmente iroso si evitano ulteriori discussioni e lo si lascia passare in sicurezza. Il nostro nemico sono le automobili e non gli automobilisti.
Il gruppo si mantiene il più possibile compatto: chi è davanti ricordi che non tutti i partecipanti sono ciclisti professionisti, chi è dietro cerchi sempre di ricucire le “fughe”. La compattezza del gruppo rende chiara l’iniziativa e l’inutilità del sorpasso di un singolo ciclista.
Si cerca di rispettare la segnaletica stradale, ma non a prezzo di spezzare il gruppo
Si lasciano sempre passare i mezzi di soccorso con le sirene accese.
Non si invadono le corsi preferenziali riservate ai mezzi pubblici.
Si cerca sempre di lasciar passare gli autobus e di essere comprensivi con i taxi. La vivibilità delle città passa per un maggiore utilizzo dei mezzi pubblici che quindi non vanno penalizzati.
In caso di incidente stradale si evitano assembramenti. Restano sul posto il ciclista colpito e un paio di testimoni per la constatazione dei danni e l’eventuale ricorso ai vigili urbani. Il gruppo aspetta il tempo necessario per capire l’evolversi della situazione accostando poco più avanti. Solo se è chiaro ed evidente che non ci saranno problemi ulteriori per il ciclista incidentato si riprende la corsa, lasciando sul posto il ciclista e i testimoni…
In caso di problemi con la polizia si resta in “massa” evitando inizative personali.
La CM è colorata: l’uso di cartelli, maschere, palloncini, campanelli, strumenti musicali, fumogeni, dischi volanti e quant’altro è altamente consigliato.
Non esistono volantini ufficiali. L’unico volantino ufficiale è quello che puoi fare tu…

Haute Route – Life is a Pass

09/04/2013 di admin | 0 commenti

Life is a pass. To make it to the top, it takes determination. Stamina. And sometimes the will to suffer. Two friends set out to ride the world’s most famous ski tour – on their mountainbikes. And their story is about exhaustion, glaciers and challenges of an unexpected kind.

Follow us on Facebook: facebook.com/filmevondraussen

MTB Filmmaking Workshop: http://www.filme-von-draussen.ch/?page_id=854

Live Bicycle, la bicicletta come stile di vita

08/04/2013 di admin | 0 commenti

Live Bicycle: Capitolo Uno
Live Bicycle: Capitolo Due
Live Bicycle: Capitolo Tre
Live Bicycle: Capitolo Quattro
Live Bicycle: Capitolo Cinque

Sinossi del documentario
di Francesco D. Ciani e Federico Gallo

Live bicycle è un documentario dedicato alla bicicletta, al movimento della critical mass ed al tema della mobilità sostenibile. La critical mass è un movimento planetario di ciclisti che rivendica le strade per la bicicletta, l’unico mezzo di trasporto individuale non inquinante, che, anziché essere incoraggiato, viene penalizzato da leggi e governi della maggior parte dei paesi del mondo.
Il film è stato girato durante i tre giorni della critical mass mondiale che si è tenuta a Roma il 26, 27 e 28 maggio 2006.
Più di duemila ciclisti arrivati da tutto il mondo per occupare pacificamente le strade di Roma interrompendo il flusso delle migliaia di automobili che ogni giorno si incolonnano in ingorghi senza fine creando smog, stress ed incidenti.
Il film parla anche di automobili, spiando dietro il sipario del mondo dorato della pubblicità per scoprire gli interessi legati al petrolio, i danni inutilmente provocati alla salute dei cittadini e una comunicazione commerciale che esalta l’immagine dell’auto presentandola come elemento di identità, fascino, charme.
Nel film c’è spazio anche per il lato poetico della bicicletta, citata in tanti film, sognata e posseduta nell’infanzia di ognuno di noi.
Live bicycle è anche un caleidoscopio di immagini e citazioni da film, pubblicità, video musicali, cartoons in cui appaiono Totò, Gassmann, Freddy Mercury, Tomas Milian e molti altri.
La narrazione è in presa diretta con le emozioni dei registi che hanno seguito la critical mass in tutto il suo viaggio durato tre giorni, pedalando a fianco di ciclisti venuti da Francia, Cile, Spagna e da tutto il mondo. Live bicycle racconta la bicicletta come utopia possibile.

Credits
Una produzione: Free Base
Prodotto da: Francesco D. Ciani, Federico Gallo, Luisa Moccia
Scritto e diretto da: Francesco D. Ciani, Federico Gallo
Fotografia e montaggio: Francesco D. Ciani
Italia 2006 – DV cam – Colore – 55 min.
Linguaggio italiano sottotitolato in inglese e francese

www.livebicycle.comlivebicycle@gmail.com
contatti diretti: +39 339 79 54 503 (Francesco D. Ciani), +39 338 25 63 196 (Federico Gallo)

Biografie brevi degli autori
Francesco D. Ciani (05/11/75), regista, autore, produttore indipendente;
Dal 1993 inizia la carriera come regista di opere teatrali, diventando responsabile della compagnia del Liceo. Il 1999 è l’anno del diploma in regia a Cinecittà con il cortometraggio d’azione in 16 mm “Zapping”, parte del film “Cinecittà: la realtà è l’arte di crearla” vincitore del premio “migliore produzione giovane” al Roma Film Festival. Nello stesso anno inizia a lavorare come aiuto regista e organizzatore alla produzione per lungometraggi e fiction televisive. Dal 2002 produce e dirige video musicali per artisti del panorama musicale indipendente italiano e straniero. Nel 2003 nasce “Free Base”, un progetto di produzione indipendente con cui realizza video musicali e filmati promozionali (www.freebaseproject.com). Nel 2004 dirige “Clochard” un documentario sulla difficile situazione delle persone senza fissa dimora. Nel 2006 produce e dirige “Live Bicycle, la bicicletta come stile di vita” un lungometraggio documentario distribuito su licenza Creative Commons, sul mondo della bicicletta e sui movimenti ad essa legati, primo fra tutti la Critical Mass. Il film entra nel circuito internazionale del Bicycle film festival.

Federico Gallo
Parole, storie, immagini. Federico Gallo è sceneggiatore di cortometraggi (“Il piede”, “Il provino”, “Rapinattori”), copywriter (agenzie Roncaglia e Wijkander, D’Artagnan), autore e sceneggiatore di vignette e cartoons (sceneggiatore di “Gennarino il mastino”, ideazione e testi di “Alfis”), autore e aiuto regista di documentari (“Volga 16”, “Via del corso”) e format tv (“De gustibus”). Live Bicycle è la sua prima, appassionata regia (selezionato al Bicycle Film Festival).